“Lo smartphone non ha campo e non ci resta che sognare”

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Metro di Catania, ore 14. Mamma e figlia sedute di fronte a me. La mamma non avrà oltre i 30 anni, fisico normale, abbigliamento normale, smartphone in mano, normale. (Che poi, che ci faccia con lo smartphone in mano in un posto in cui la rete è inesistente, non ci è dato sapere). La bimba ne ha certamente cinque di anni, la finestrella centrale tra i denti è la sua carta d’identità, capelli neri e occhi neri che puntano la busta di carta che tiene in mano. La busta ha il logo di una cartoleria e se ci mettessero sopra una quota Snai mi giocherei 100 a 1 che contiene diario, quaderni, colori e altri articoli per la scuola.

A giudicare da come ci guarda dentro, immagino anche che sia una bimba ubbidiente, perché la mamma le avrà detto di non toccare nulla e lei non lo fa, ma secondo me, quel diario coi glitters, non vede l’ora di odorarlo, toccarlo, sfogliarlo e farselo luccicare tra le mani. Alla fermata “Italia” il rumore dei binari distrae la bimba dalla busta ed io incuriosita seguo il suo sguardo, lei si guarda intorno come se si accorgesse solo in quel momento del posto in cui si trova, poi dal finestrino guarda fuori e chiede:

“Mamma, ma perché abbiamo preso la Metro?” Lei, non spostando lo sguardo dal defunto smartphone: “perché è più veloce dell’autobus.” La bimba sembra soddisfatta, torna a guardare la busta, ma ci riflette e chiede ancora: “mamma, ma perché la metro è più veloce dell’autobus?” Lei, sempre mummificata sullo smartphone: “perché viaggia sottoterra”. La bimba a quel punto sgrana gli occhi e chiede preoccupata: “mamma ma perché la metro viaggia dove ci sono i morti?”

La mamma a quel punto, riesumandosi come se avesse ricevuto una siringata di adrenalina al cuore si gira verso la bambina e risponde seccamente: “Alessia ora basta con tutti questi perché!”
Alessia (ora so come chiamarla) non sembra nemmeno fare caso al rimprovero, si gira verso la busta e torna a fantasticare sul suo intoccabile diario, sui quaderni e sui colori. La stronza invece (ora so come chiamare anche lei) torna a mummificarsi sul defunto smartphone che, evidentemente, tra morti se la intendono.

Io continuo ad osservarle entrambe, e comincio a riflettere su dove possa stare l’inghippo. Non mi spiego perché passiamo i primi anni della nostra vita nella giusta direzione, quella della curiosità, della voglia di sapere, della fame di conoscere, della fantasia, ma soprattutto mi chiedo perché crescendo, tutto questo finisca. Perché da adulti non siamo più curiosi, non ci facciamo più domande, non approfondiamo, lasciamo che la maggioranza pensi per noi, male che vada ci schieriamo, senza convinzioni, per inerzia, o per convenienza. Perché diventiamo vili, superficiali, approssimativi, sciatti. Ecco sì: sciatti, come la tipa normale che fa cose normali con lo smartphone normale. E l’unica cosa che si possa fare è sognare un mondo futuro di Alessie che non smettano mai di chiedersi “perché”, … e sì, lo so che sono una sognatrice, ma in metro che si fa, lo smartphone non ha campo e non ci resta che sognare.

Alice Sgroi

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