La Spagna, il calcio e il giorno della vergogna

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Siviglia, sabato 30 settembre, ore 09.00. La città comincia a svegliarsi ed esco di casa. A mia sorpresa trovo i balconi dei palazzi pieni di bandiere, come se fossimo alla finale dei mondiali di calcio. Centinaia di cittadini riempiono le strade vestiti con la divisa della nazionale sventolando bandiere spagnole. Ci sono drappi ovunque. Pare che il Partito popolare del presidente Rajoy abbia chiesto alla popolazione di usare la bandiera di tutti, la bandiera della nostra patria, in occasione del referendum del 1° ottobre in Catalogna e in difesa dell’unità della Spagna. Inoltre, scopro che i giorni precedenti sono partiti da diverse città spagnole centinaia di poliziotti (Guardia Civil e Policia Nacional) incoraggiati da migliaia di cittadini che urlavano “a por ellos oé”, il famoso canto di quando gioca la nazionale. Tifosi. Il Governo di Rajoy non vuole gente che pensa il giorno del referendum, vuole una nazione di tifosi.

Domenica 1° ottobre, ore 12:00. Sono andato a trascorrere la giornata al mare ma il mare lo vedo poco perché il telefonino purtroppo concentra tutta la mia attenzione. Sono cominciate le azioni di violenza della polizia contro i cittadini che pacificamente sono andati a votare. Manganellate, proiettili di gomma, atti di violenza estrema. Assisto stupefatto a tutto quello che sta accadendo. Non ci credo, o meglio non voglio crederci. La mente viaggia al passato, un passato non molto lontano, legato ai racconti di come si viveva durante la dittatura fascista dell’assassino Franco.

È già sera. Torno a casa ma le manganellate continuano e il numero di feriti è già di qualche centinaio; vedo come, a poco a poco, i miei vicini tolgano le bandiere dai loro balconi. Forse con un pizzico di vergogna perché oggi, 1 ottobre 2017, il rosso della nostra bandiera pare piuttosto sangue raccolto che il colore della passione col quale ci riconoscono oltre frontiera.

Ieri è stato un giorno triste, forse il giorno della vergogna della ancora giovane democrazia, dove tante persone hanno visto come la Spagna sia tornata indietro di 50 anni. Ferite aperte e mai chiuse di una dittatura. O forse adesso sì per i catalani, perché dopo quello che hanno vissuto ieri, capirei benissimo se tutti quelli che sono andati a votare, sia per il Sì che per il No, della Spagna non vogliano saperne più niente. Resta da capire come si sentono quelli che a votare proprio non ci sono andati.

Una sola casa mi è chiara dopo il 1° ottobre: il premier spagnolo Rajoy e il catalano Puigdemont devono dimettersi, non sono più in grado di difendere la democrazia, perché oltre ad essere i presidenti di due partiti corrotti, sono diventanti degli antisistema.

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