Neanche coi morti si fermano

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Quanto successo a Brissago la notte tra venerdì e sabato, a grandi linee, lo sappiamo tutti. Un poliziotto si è trovato a fronteggiare una situazione di disordine presso il centro di richiedenti asilo e ha sparato alcuni colpi, dei quali uno mortale per una persona che stava brandendo due coltelli contro altri migranti nel disordine di cui sopra. Le circostanze sono da chiarire. E no, non è una frase fatta.

Le circostanze sono da chiarire e a farlo saranno le autorità competenti. Frase banale? Concetto ripetitivo e da latte alle ginocchia? No, perché di questi tempi anche ribadire l’ovvio è necessario. Tutto ieri, infatti, sui social network avvoltoi di varia natura e fattura hanno sentito forte in loro il bisogno di dire la propria sull’accaduto. Se l’è cercata, uno di meno, accuse allo “sbirro”, razzismo di varia quantità e qualità. Ognuno con la propria verità, ognuno con le proprie accuse lanciate dal divano di casa senza sapere un emerito niente. Nulla sapevano Capella e la magistratura che stavano iniziando a capire cosa stesse succedendo; poco sapeva la polizia, che per bocca del comandante Cocchi ha detto solo nel pomeriggio qualche dettaglio in più; nulla sapeva il Direttore delle istituzioni, presente alla stessa conferenza stampa di Cocchi. Ma loro, gli avvoltoi dei social, sapevano tutto.
Neanche coi morti si fermano. Neanche con drammi umani, neanche con una vita che finisce, neanche con il senso di colpa che questo poliziotto porterà dentro di sé per tutta la vita. Loro sanno tutto. Ma meschini, sono quelli che della vita, dei sentimenti, del dolore conoscono meno.

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