Sul confine della crudeltà

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A processo per mancato soccorso la guardia di confine che respinse una donna siriana incinta, il cui bambino nacque poi morto.

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C’è una linea davvero sottile che separa la civiltà dalla barbarie. Il bene dal male. La vita dalla morte. La Svizzera dal resto del mondo. E c’è perfino chi su quella linea di confine ha eretto il proprio regno. Uno stato costituito da tutti i territori di frontiera. Geografici, mentali e digitali. Di fantasia e reali. Sono i regni di Elgaland – Vargaland, l’irriverente progetto d’arte concettuale di un duo svedese formato da Leif Elggren e Carl Michael von Hausswolff che, nel 1992, si sono autoproclamati sovrani proprio di questa nuova nazione. Uno stato, a modo suo, capace di racchiuderli tutti. Dando la possibilità di diventarne cittadini con tanto di passaporto firmato dai regnanti, il progetto artistico, fino a un paio di settimane fa, era ospite dello Spazio Lampo di Chiasso.

Perché senza un passaporto valido, senza il giusto documento e la fortuna di essere nato dal lato giusto della barricata, non vai proprio da nessuna parte. O, peggio, vali meno di niente. Lo sa bene Suha, rifugiata siriana che all’epoca dei fatti aveva 22 anni. Una vicenda, la sua, i cui dettagli non possono che lacerare il cuore di chiunque ne abbia uno. Una storia che è stata più volte ripercorsa e vivisezionata durante le udienze del processo in corso da mercoledì a Berna dove, sotto la lente della giustizia, sono finiti eventi e decisioni che hanno causato la morte di una bimba quand’era ancora nel grembo della madre. Una vittima innocente, termine troppo spesso abusato – ma non è questo il caso – della cui sciagura siamo probabilmente tutti responsabili, nessuno escluso.

Era il 4 luglio del 2014 quando la ragazza al settimo mese di gravidanza, insieme ad altri 35 rifugiati siriani, venne bloccata al confine con la Francia e affidata alle autorità svizzere per il successivo rinvio in Italia. A quel punto, sarà che i viaggi della speranza spesso sono figli della disperazione e il più delle volte vanno miseramente a vuoto, sarà che è luglio e il caldo non dà tregua, fatto sta che durante l’attesa nei locali di controllo delle guardie di confine di Briga, Suha inizia ad accusare forti dolori al ventre. E trovandoci di fronte a una donna incinta, a rigor di logica, lecito sarebbe stato pensare che potessero essere doglie preparto. E invece no. In quel frangente la preoccupazione è un’altra. Riconsegnarli tutti alle autorità italiane il prima possibile. Perché qui comando io e questa è casa mia. Questo era questo il ritornello che in quel momento aveva in testa il custode delle tenebre accusato adesso di omicidio e che rischia fino a sette anni di carcere.

Uno che di fronte ai jeans bianchi sporchi di sangue, alla sofferenza di un essere umano e alle richieste di soccorso dei familiari in lacrime, al monito di un marito che fa presente ciò che per disgrazia potrebbe accadere, risponde con un secco: “è lei colpevole di essersi messo in viaggio con una donna incinta”. Mica io. Ed ecco che un evidente deficit nella capacità di provare empatia per chicchessia, sommato a un malcelato delirio d’onnipotenza portano dritto dritto all’inferno. Suha, a Domodossola, darà alla luce un piccolo cadavere di cucciolo d’uomo. Fra lacrime e rabbia. Disgusto misto a dolore. Tra lo sconforto e lo schifo.

Ripeto, tutti responsabili, nessuno escluso. Rei del fatto di non aver ancora capito che le nazioni non si proteggono erigendo muri, scavando fossati o innalzando recinzioni di filo spinato. Ogni barriera, ogni ostacolo in più fra noi e il mondo è solo causa di un possibile inciampo. Cosa sono e a cosa servono le frontiere, se non a delineare confini fisici e mentali creati dall’uomo, contro l’uomo. Confini presidiati da guardie senza un briciolo di cuore, capaci di anteporre la propria testardaggine alla realtà dei fatti. A testimoniarlo è il caso del doganiere cinquantasettenne, per lo più padre di famiglia, che ora deve rispondere di fronte a un tribunale militare di mancato soccorso. Di non aver creduto e offerto l’aiuto necessario alla giovane Suha.  

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