Bang bang, massacri a stelle e strisce

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Bastano ormai una decina di giorni. Quando va di lusso anche meno, perché una notizia dai giornali – cartacei e non, non fa differenza – scompaia perdendosi come lacrime nella pioggia. “È la stampa, bellezza. E tu non ci puoi fare niente. Niente!” Avrebbe aggiunto con la mascella in tensione Humphrey Bogart, morto di carcinoma all’esofago  sessant’anni fa. Un’icona della Hollywood degli anni cinquanta, Bogey divenne celebre interpretando il ruolo del duro, del gangster tutto battute al vetriolo, scazzottate, whisky e piombo.

Poi però ce ne sono alcune, di notizie, che non si sciolgono mica come neve al sole. Ma si annidano. Penetrano sotto pelle. Come la leggenda di quei ragnetti che ti nidificano in faccia e tu pensi si tratti di un brufolo ma brufolo non è. Notizie pronte a ripresentarsi tali e quali – se non peggio – e quando meno te lo aspetti. Come una specie di virus. Come un cancro. Come una crisi d’astinenza.

Sono in assoluto quelle della peggior specie. Da bollino rosso e priorità 1 nelle agenzie. Notizie di attentati, terremoti e altre tragedie. Fra queste, senz’ombra di dubbio, restano un assoluto evergreen i massacri a stelle e strisce. E, vi avviso, l’elenco che segue non è affatto per stomaci deboli.

Si affaccia dal 32esimo piano di un albergo casinò di Las Vegas e spara nel mucchio. Sul pubblico di un concerto di musica country. 59 i morti, più di 500 i feriti. Ma prima c’erano stati i 49 corpi senza vita rimasti a terra in una discoteca gay di Orlando. E prima ancora lo studente 23enne che aveva sparato e ucciso 32 persone nel campus universitario della Virginia. 27 invece i morti, di cui 20 bambini, al termine del massacro avvenuto in una scuola elementare del Connecticut. In Texas, invece, un 35enne aveva sfondato con il suo furgone la vetrata di una caffetteria per poi sparare e uccidere 23 persone e alla fine suicidarsi. 21 tra adulti e bambini i morti in un Mc Donald’s di San Ysidro, in California. L’assassino muore ucciso da un tiratore scelto della polizia. Dopo aver ammazzato sua madre e la moglie, un ex-marine uccide 16 persone all’Università del Texas ad Austin. San Bernardino, 2 dicembre 2015, presi di mira sono i dipendenti di un ufficio pubblico. Muoiono 14 persone. Ad aprire il fuoco una coppia di coniugi. Fort Hood, 5 novembre 2009, un maggiore dell’esercito colpisce a morte 13 persone e ne ferisce altre 32. Columbine, 20 aprile 1999, due adolescenti di 17 e 18 anni uccidono 11 studenti e un insegnante, per poi togliersi, a loro volta, la vita.

Queste sono solo alcune delle più terribili carneficine che, ormai da decenni, si susseguono Oltreoceano. Come un disco rotto che s’inceppa sempre nello stesso punto. Come una litania che si ripete sempre più o meno identica a se stessa. L’ultima strage avvenuta in ordine di tempo? In un luogo di culto. Perché non c’è più posto in cui si possa stare in santa pace. Nemmeno in chiesa. Già. Il rischio è che da un momento all’altro anche quella “santa pace” si trasformi in pace eterna.

Cambia forse la cornice ma non l’orrore del ritratto dipinto. Un orrore al quale un intero popolo si è assuefatto. Diventandone dipendente. Capace di pretendere più armi per tutti dopo ogni carneficina. Anche per chi non è il caso che ne maneggi una. Del resto se cercaste di convincere un eroinomane a passare al metadone vi direbbe che quest’ultimo è solo una porcheria che fa male alla salute! Più armi per tutti perché solo così ci si può sentire davvero al sicuro. E God bless America. Del resto da un nazione drogata di violenza e che sul genocidio dei nativi americani ha costruito le sue fondamenta, cosa ci si sarebbe dovuti e potuto aspettare d’altro?

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