Bobi Blazen, l’ombra di Trieste

Storia del co-fondatore della casa editrice Adelphi, personaggio poco conosciuto ma a cui dobbiamo la conoscenza in Italia e in Europa di gente come Svevo e Joyce

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Tutti conosciamo Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Salvatore Luria. Nessuno però sa chi è Giuseppe Levi. In effetti è stato «solo» il maestro dei 3 premi Nobel citati. Questo incipit non è dato da un encomio tardivo nei confronti di una professione che continuo ad adorare, una medaglia postuma al valore segnata dal nostalgismo. No, questo inizio è la miglior fotografia possibile per Bobi Bazlen, una delle figure più importanti della cultura italiana (… ed europea) che, come Giuseppe Levi, è vissuto e passato sotto silenzio.

A questo buco di conoscenza rimedia oggi Cristina Batocletti che, con «La nave di Teseo», la casa editrice fondata poco tempo fa da Elisabetta Sgarbi con Umberto Eco, pubblica «Bobi Bazlen: l’ombra di Trieste». Vale a dire la storia di questo tipo cui tanti devono tanto. Forse bastano pochi nomi per rendere l’idea: Sigmund Freud, James Joyce, Italo Svevo, Eugenio Montale, Franz Kafka, Robert Musil, Umberto Saba, … . Senza Bazlen nessuno di questi avrebbe avuto la fama che ha avuto, almeno in Italia. Poi, sopra tutto e tutti, anche Luciano Foa che con Blazen ha fondato la casa editrice Adelphi (nel 1962) a tutt’oggi una delle più prestigiose case editrici. Quella che anche nel terzo millennio non sbaglia un colpo. Non diciamo che i libri più belli siano editi da Adelphi, diciamo che nel suo catalogo non ce n’è di brutti, o inutili. E sfidiamo uno dei nostri dodici lettori di manzoniana memoria a voler contestare questa perentoria affermazione con la citazione di un titolo…  .

Bobi Bazlen nasce a Trieste nel 1902, vale a dire nel porto militare di un impero in via di sgretolamento (l’Austro-Ungarico, intendiamo…). Un contesto che ha fortemente condizionato Bazlen, anzi l’ha permeato, condizionandolo nel profondo del suo io. Tant’è che il concetto di naufragio è parte essenziale del suo essere, e modo di pensare-vivere.

Questa biografia di Bazlen è interessante e istruttiva. Vuoi per le citazioni (come quando disse a Quarantotti Gambini… «Non essere scurrile, non essere come Moravia») o come quando si innamorava di una scienza (la psicanalisi) e/o di una religione (il taoismo: lui figlio di madre ebrea e padre luterano!), di una geografia che era cultura (l’Oriente). La pubblicazione di un libro, per il protagonista di questa storia, doveva rispondere a questi due semplici requisiti: «la prima voltità» (cioè dire un qualcosa per la prima volta) e la vera necessità. «Libri unici per editori affini» amava ripetere. Fece forse fortuna? Neanche un po’. Ha vissuto ai margini della povertà, ogni tanto l’ha pure frequentata. E in pratica lui in prima persona non ha mai scritto un libro (a suo nome, dopo la sua morte, è stato stampato «Scritti», edito da Adelphi) Perché è sempre stato superiore a queste cose, il denaro e il successo non gli importavano. Lui è stato un artista a modo suo, un poeta delle note editoriali e un aforista “geografico”. Era «un facilitatore, quello che reggeva il sellino per dare propulsione, poi l’allievo prendeva l’abbrivio, Bazlen lasciava la pista e si metteva le mani in tasca con la sua andatura curva». Questo libro non è solo la storia di un uomo ma anche di una città, di un mondo. Non lo vedremo in cima alla classifica di vendita. Ma sulla sua «necessarietà» non vi sono dubbi.

«Bobi Bazlen: l’ombra di Trieste», 2017, di CRISTINA BATOCLETTI, ed. La Nave di Teso, pag 392, euro 19,50.

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