C’era da aspettarselo

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C’era da aspettarselo. Perché? Semplicemente per i caratteri della configurazione storico politica delle parti. Da un lato le Ferrovie gestite da un manager la cui consistenza intellettuale e la capacità della gestione del servizio pubblico che dirige sono strettamente legati, invece che  alla ragione, a un’impalcatura complessa e per niente trasparente di dogmi ideologici che infine, nelle scelte, impongono sempre il massimo profitto. Per il CEO delle FFS Andreas Meyer conta molto anche l’utile personale. Mai, o raramente, considera l’interesse pubblico anche se per un’impresa pubblica dovrebbe essere decisivo. Le due cose: profitto esagerato e interesse pubblico sono inconciliabili e lui finge di non saperlo o di ignorarlo.

Nei negoziati, ingenuamente, non ci si è minimamente interessati di sapere chi si aveva di fronte. Dal 1997 al 2006 il manager da noi retribuito con 1,1 mio di fr. all’anno (a titolo comparativo il suo predecessore Benedikt Weibel nel 1996 riceveva uno stipendio annuale di 300.000.—fr.) ha lavorato in posizioni dirigenziali alla Deutsche Bahn AG.. Chiamato a dirigere le FFS dal consigliere federale Leuenberger (si, proprio quello dell’Implenja) ha pensato bene di farcire il consiglio d’amministrazione dell’impresa pubblica svizzera con membri della DB, probabilmente in paziente attesa che, come lo fu per la Swissair, il frutto sia maturo per cadere in mani tedesche. Perché scriviamo di tutto ciò? Perché ancora troppi credono, come dei Fantozzi di periferia, nella “bontà” dell’interlocutore. E, in modo ostinato, riproducendo situazioni di sconfitte a catena, senza svegliarci dal torpore che la sottomissione incondizionata al forte, al cinico, al “balivo” ha marcato la nostra storia per secoli. Soffriamo di una debolezza che sta in rapporto diretto con l’illusione d’essere forti, anche se questa forza non è sostenuta da nessuno dei valori indispensabili che dovrebbero caratterizzarla.

Le due qualità più importanti per il successo nel confronto, se preparato con serietà e non come una farsa, sono la capacità di resistenza e l’efficacia della risposta. Ogni confronto è una battaglia: vince il più determinato, non il più buono o il più corretto.  E se ripercorriamo le fasi di ciò che si voleva fosse un’opera lirica e si è trasformata in uno “scherzo”, possiamo leggere e costatare, con un sentimento di grande frustrazione, tutta la debolezza e l’incoerenza del Governo, del Municipio di Bellinzona e dei partiti che hanno abbandonato nelle mani di un piccolo movimento politico di sinistra una lotta che per un esito positivo esigeva l’unità d’intenti di tutto il Cantone. Tuttavia il capitolo più importante del dramma non è ancora stato scritto da nessuno. La Confederazione, col servizio pubblico (le FFS, la Posta, il militare, le guardie di confine e delle fortificazioni, ecc.), ha creato nel Ticino il ceto medio, ritenuto indispensabile per l’esistenza stessa della democrazia. Il Servizio pubblico dei Cantoni e dei Comuni ha sempre seguito fedelmente il modello di quello federale. Con la liberalizzazione, (il destino delle Officine entra in questo tema), è in sostanza cessata l’attività pubblica atta alla creazione di questo ceto. I risultati non hanno tardato a manifestarsi coll’avvento prepotente del populismo e l’arroganza dei capi populisti che, con l’acquisto dei più importanti giornali elvetici, si sono assicurati i mezzi per diffondere nella popolazione paure e odio invece che informazione, cultura politica e d’impresa.

Tragica è anche la tacita approvazione alla colossale operazione che sognano i palazzinari indigeni, con quelli che vengono da fuori, sostenuti dallo stuolo di avvocati, di fiduciari e dalle banche. Ricordano l’effetto che il traforo del Lötschberg ebbe sui comuni dell’uscita sud del tunnel. Con abbondanti salivazioni si attendono d’approfittare delle urbanizzazioni dei terreni delle officine e a Giubiasco di quelli delle Ferriere Cattaneo. Invece di vagoni o di locomotive si costruiranno, sempre con l’aiuto necessario di centinaia di frontalieri, contenitori di gente a basso prezzo e di scarso valore architettonico, venduti poi, come se fossero di standard superiore, a degli svizzeri tedeschi che, per attirarli qui, chissà Vitta quanti sgravi fiscali ancora proporrà al parlamento. Per fare locomotive e vagoni oggi ci vogliono professionalità, tecnologia e spirito imprenditoriale; per sovrapporre un mattone all’altro e cementificare in modo sconsiderato il raro territorio disponibile a Bellinzona bastano un paio di palazzinari nostrani.

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