Lettera ai naziskin

Di

Vi ho visti. Giubbotti neri, teste rasate che vi conferivano un aspetto imberbe da bimbetti, più che da truci guerrieri. Di fronte alla placida, tranquilla reazione dei volontari che stavate circondando, l’espressione sui vostri volti, che avrebbe voluto apparire dura e maschia, non esprimeva che lo smarrimento che si può leggere negli occhi bambino che gioca alla guerra di fronte a un adulto che non riesce proprio a prenderlo sul serio.

Vi ho visti e ho provato rabbia. E ancora la provo.
Ma ho visto pure quello che non sapete di mostrare: ragazzi ai quali è stato tolto il diritto di sognare, e cercano il sogno nell’incubo. Ragazzi che preferiscono incutere paura e ribrezzo pur di non subire l’indifferenza. Ragazzi terrorizzati dalla solitudine, pronti ad annullare se stessi in cambio della sicurezza fasulla del branco. Ragazzi talmente fragili e spaventati da idolatrare la forza come fosse ragione.
Non scrivo queste poche parole per esprimere comprensione, né tantomeno per giustificarvi. Le vostre azioni, i vostri simboli, le vostre parole non meritano altro che vergogna e ribrezzo. Vi scrivo perché siete figli nostri. Figli del nostro opportunismo, delle nostre disillusioni, del nostro egoismo, del nostro disinteresse e dei nostri interessi, dei nostri silenzi e delle nostre idee svuotate di umanità. Figli della nostra ipocrisia e del nostro perbenismo. Figli del nostro realismo cinico e anche della nostra indignazione tiepida e volubile.
Siete le nostre colpe inconfessate.
Ma siete persone, e ogni persona ha la responsabilità di ciò che è.
Non vi odio, e un po’ me ne dispiaccio.
Non vi odio perché mi fate pena. E la pena è peggiore dell’indifferenza e perfino dell’odio.

Vauro Senesi

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