La mafia ha davvero paura del carcere?

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Nicola Gratteri, procuratore antimafia, ha recentemente dichiarato, in un’intervista a Il Caffè, che una delle cause delle infiltrazioni mafiose in Svizzera, oltre a una scarsa conoscenza del fenomeno mafioso, è la non sufficiente adeguatezza del sistema giuridico in relazione al fenomeno mafioso, in termini di conoscenza e di strumenti per combatterlo. E fra le pecche del sistema svizzero, Gratteri enuncia le pene troppo lievi: in Svizzera, infatti, il reato equivalente all’associazione mafiosa è l’associazione criminale, punita con pene fino a un massimo di 5 anni, “come per una pistola con la matricola abrasa”, sottolinea il procuratore.

Probabilmente, ipotizzo, Gratteri, quando parla delle pene adeguate, ha in mente il regime di carcere duro previsto dal famoso (o famigerato) art.41 bis del codice penale italiano. Ricordiamo brevemente in cosa consiste tale pena: un isolamento perpetuo, 22 ore al giorno in una cella singola, potendo stare solo in piedi, sdraiati a letto o seduti su una sedia inchiodata a terra, spesso con il bagno alla turca all’interno della medesima. Le visite con i familiari sono limitate a un’ora al mese, dietro un vetro divisorio alto fino al soffitto in stanze larghe, a volte, 1 metro quadro, sotto l’occhio di una telecamera e parlando tramite un citofono con la possibilità che i colloqui vengano registrati. Le visite mediche da parte degli operatori del carcere sono sottoposte ad autorizzazione preventiva, ma la maggior parte delle cure è demandate alle stesse guardie carcerarie, costrette a volte, ad esempio, ad aiutare i detenuti a spostarsi dalla sedia a rotelle al letto, ad andare in bagno, e via dicendo. Numerosi sono i suicidi, gli atti di autolesionismo, i casi di malattia mentale sviluppate all’interno del carcere. Tale regime carcerario è stato equiparato più volte dagli organismi internazionali, come la Corte Europea dei Diritti Umani e il Consiglio di sicurezza ONU, a una forma di tortura, per la violazione continua e ripetuta dei diritti umani dei detenuti.  Il 41bis vìola la Costituzione italiana, non rendendo possibile alcuna forma di riabilitazione del detenuto.

Ora, trovo personalmente del tutto fuori luogo il fatto che un giudice antimafia pensi ai mafiosi come dei ladri di polli che possano essere intimoriti agitando lo spauracchio del carcere duro. La visione del carcere come deterrente contro il crimine è fuori dal tempo, e se si pensa che lo Stato possa vincere la guerra contro le mafie semplicemente facendo la voce grossa e presentandosi nella sua peggiore veste repressiva, minacciando la tortura del carcere duro, si commette un’enorme ingenuità. Perché è facile parlare toccando la pancia della gente, quella che vorrebbe infliggere ai boss le peggiori torture o applicare la pena di morte, quella che, in fondo, un po’ tutti sentiamo agitarsi pensando agli atti efferati compiuti da questi individui. Ma la risposta delle istituzioni non può essere il farsi a loro volta carnefici e boia, e per quanto lievi possano apparire, in proporzione, le pene per i reati di criminalità organizzata in Svizzera, questo non implica che una stretta repressiva, per quanto possibilmente gradita all’opinione pubblica, sia la soluzione al problema delle infiltrazioni mafiose sul nostro territorio. Perché, semplicemente, la mafia non teme il carcere, e lo dimostra il fatto che, dopo 15 anni di applicazione stabile del 41 bis in Italia, il fenomeno mafioso non è stato affatto debellato, anzi, è in continua espansione.

L’azienda-mafia è in grado di riciclarsi e trasformarsi di continuo. Il mafioso di oggi non indossa la coppola e non porta la lupara, ma gira con abiti firmati e gestisce immensi capitali, e ne cerca sempre di nuovi, anche in altre parti del mondo. E allora, piuttosto che agitare soluzioni dal sapore lievemente populista, magari sarebbe il caso di seguire quella che fu grande intuizione di Giovanni Falcone: colpire la mafia nel portafogli, sequestrare i beni, confiscare patrimoni, tagliare i flussi di capitali illeciti e i traffici che li generano.

E ci si chiede, allora, che utilità abbia, in questo senso, mettere da parte un candidato a procuratore generale esperto in reati finanziari e consigliato dalla ZHAV di Zurigo. (leggi qui) Il mafioso di oggi, quello che conta,  non è quello con la coppola e la lupara, né tanto meno il “picciotto” di quartiere che spaccia erba o chiede il pizzo: oggi, indossa giacca e cravatta, gira in Mercedes, ha la villa magari anche sulle morbide colline ticinesi. E il carcere duro non lo spaventa e non lo piega, soprattutto. Provenzano docet.

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