Finchè Corte non vi separi

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Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, in Ticino ha luogo un divorzio ogni due matrimoni

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La coppia scoppia. O almeno così pare in Ticino, dove, stando a quanto riporta la RSI citando dati dell’Ufficio Federale di Statistica, da gennaio a ottobre 2017, a fronte di 1107 “Si!” davanti ai testimoni, 493 matrimoni si sono conclusi in un’aula della pretura. Quasi un rapporto di 1 divorzio ogni 2 matrimoni, insomma, e peraltro in aumento.

Siamo dunque di fronte al crollo dei valori di un tempo di fronte alla frenesia della vita moderna che tutto travolge e stravolge? Assistiamo alla crisi della famiglia tradizionale attaccata dalla società libertina e dissoluta di oggi? O forse, semplicemente, è il momento di interrogarsi seriamente sull’adeguatezza dell’istituto matrimoniale, come lo abbiamo sempre concepito, rispetto ai tempi?

(Una doverosa premessa: il discorso è sempre riferito al matrimonio come istituto di diritto civile, regolato dalla legge dello Stato e da essa considerato valido. Il matrimonio religioso resta fuori dalla questione: che ci si voglia dichiarare coppia di fronte a Dio, Allah, Visnù o in un’antica cerimonia pagana, a prescindere dall’avallo legale, è una scelta personale.)

Che il vincolo nuziale sia dunque decisamente in una fase critica non è un mistero: l’età media delle nozze si è alzata considerevolmente, aumentano le coppie di fatto, anche eterosessuali, ci si sposa avendo già dei figli. O si arriva persino, come accade recentemente ai giapponesi, a sposarsi fra amici perché non c’è più il tempo, o forse la voglia, di fare tutta la trafila dal flirt all’altare e si va sul sicuro.

Ma c’è di più: viviamo in una società in cui è ormai demolita la drastica distinzione fra coniugi e concubini, e in cui, quindi, due persone possono liberamente convivere come coppia senza che questo sia motivo di scandalo per la maggior parte della popolazione (soprattutto se di sesso diverso, ammettiamolo). Alla luce di ciò, non è forse un’incongruenza che ciò che per la società non fa differenza la faccia invece per lo Stato in termini di concessione di diritti e prerogative alle coppie che pronunciano il fatidico “SÌ!” e non, ad esempio, alle unioni registrate? Spingiamo oltre la provocazione: non sarebbe sensato parlare di un vero e proprio status privilegiato dei cittadini sposati rispetto agli altri, in termini, ad esempio, di ottenimento della cittadinanza agevolata, di adozione di figli, e di successione patrimoniale?

Si parla spesso di matrimonio gay come un modo, anzi, IL modo per attribuire gli stessi diritti a tutte le coppie, eliminando quindi il requisito del genere diverso dei coniugi. Tralasciando le apocalissi della famiglia teorizzate dagli Adinolfi di turno, come se improvvisamente la concessione del diritto di sposarsi agli omosessuali dovesse scatenare una nuova Era Glaciale o uno sterminio di massa delle coppie eterosessuali, proviamo a cambiare prospettiva: e se invece, dato che il matrimonio come istituto sembra essere in crisi ormai cronica, non si smettesse di resistere come l’Ultimo Giapponese, di tenerlo in vita come il parente caro in coma?  Forse, anziché parlare di concedere il matrimonio agli omosessuali, come se fosse una magnanimità nei loro confronti e non l’equiparazione dei diritti di tutti i cittadini, sarebbe il caso di considerare seriamente il superamento di tale forma giuridica precostituita di regolazione dei rapporti fra due persone (soprattutto in campo patrimoniale, diciamolo), e, come proposto un po’ provocatoriamente alcuni anni fa dalla JUSO (leggi qui), di creare nuove forme legali di convivenza, che prescindano dal genere delle persone coinvolte (uomo, donna, transessuale, ecc..) e comportino un’effettiva parità di diritti per tutti: il diritto ad assistere il coniuge, o comunque lo si voglia chiamare, in caso di malattia, il diritto ad acquisirne la cittadinanza, il diritto a formare una famiglia con dei figli, che siano naturali, in provetta, con l’utero in affitto o adottati. Il diritto ad essere cittadini uguali agli altri, insomma, a prescindere dalla formula legale che lo Stato ha deciso essere discriminante (o discriminatorio) per l’acquisizione dei suddetti diritti. Poi, per quanto riguarda le questioni patrimoniali, ognuno si regola come vuole. Lo facciamo sempre, perché non farlo anche fra coniugi?

Questo vuol dire, insomma, l’abolizione del matrimonio? Probabilmente si, almeno nominalmente. Sparirà la famiglia tradizionale e saremo tutti costretti a limonare il nostro amico barbuto o la nostra amica bionda per non essere discriminati? Ovviamente no. Resta il fatto che, di fronte al numero sempre crescente di matrimoni che terminano di fronte al giudice, vuoi perché è finito l’amore, vuoi perché il passo è stato fatto troppo precipitosamente, vuoi perché (e qui casca l’asino), in certi casi o ti sposi o come coppia lo Stato ti considera meno del due di coppe quando briscola è a spade, due domande sull’effettiva attualità dell’istituto giuridico del matrimonio io me le farei… e comunque, nel dubbio, auguri e figli maschi. Anzi, umani.

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