La polizia interroga, la sposa si ribella

Fanno discutere le domande estremamente invasive poste dalla polizia zurighese nei confronti di una coppia per appurare se si trattasse di un matrimonio di comodo. La moglie ha reso noti gli imbarazzanti quesiti.

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Il titolo ricorda, non a caso uno, di quei film di genere poliziottesco tanto in voga negli anni Settanta. Dove fra un interrogatorio e l’altro, gendarmi e ladri, dopo lunghi inseguimenti al fulmicotone si scazzottavano con mucho gusto. Un omaggio a quel cinema del passato che somiglia però, molto da vicino, all’eleganza e al garbo adottati di recente dalle forze dell’ordine d’oltre Gottardo, in occasione di una verifica a proposito di un matrimonio sospetto.

Se da piccoli eravate dei gran ficcanaso e adesso siete in polizia, allora non avete fatto altro che fare carriera. Già. Ma ci sono ficcanaso e ficcanaso. Quelli che ad arte sono capaci di farvi dire cose che mai vi sareste sognati di dire e quelli in grado soltanto di farvi montare il nervoso. Poiché, al netto dei fatti, il metodo applicato da quest’ultimi possiede la stessa grazia di un elefante in un negozio di cristalleria. Lo sa bene la coppia di coniugi, lei svizzera e lui no, interrogata per diverse ore di fila allo scopo di fugare ogni possibile dubbio riguardo all’autenticità della loro relazione.

A essere stata vivisezionata la vita di coppia, domestica e sessuale dei due che, sotto al fuoco incrociato di più di un centinaio di domande, si sono trovati a dover rispondere a roba del tipo: su quale lato dorme lei? Di che colore sono le lenzuola del letto matrimoniale? Quanto spesso fate sesso? Quando lo avete fatto l’ultima volta? Oppure ancora: cosa si vede dalla finestra della cucina? Chi passa l’aspirapolvere in casa? Ma, soprattutto, di che colore è il vostro spazzolino?

Ad aver reso pubblica la cosa è stata la stessa sposina in questione, Qendresa Llugiqi, una giornalista zurighese di 20 Minuten che, a proposito della richiesta ricevuta per lettera dalla polizia, si è sfogata dicendo: “se ci penso mi viene ancora un groppo allo stomaco. Siamo stati convocati e interrogati come se fossimo dei criminali. L’unica cosa buona di tutta questa faccenda, alla fine, è stato sapere perché ogni volta ci mettevano così tanto a rinnovargli il permesso di soggiorno”. Ma non è solo ed esclusivamente una questione di matrimoni. Anche se vi dovesse capitare di trasferire del denaro, mettiamo il caso in Senegal, perché avete una passione sfrenata per la musica africana e laggiù avete un contatto che via posta vi fornisce regolarmente registrazioni su cassetta in altro modo introvabili, vi sentirete porre domande francamente imbarazzati e poco opportune riguardo a questa vostra attività.

Intendiamoci, che qualche unione abbia avuto il solo scopo di arrivare più facilmente al permesso, al timbro necessario per rimanere sul sacro suolo della Confederazione è notizia che leggiamo di quando in quando sui giornali. E che dietro a questi matrimoni farlocchi non ci sia amore può anche essere. Rientra nella sfera delle casistiche umane. Ma qui non è il principio, quanto piuttosto la forma e il metodo a essere messi in questione. Che per svelare la supposta truffa sia necessario un serrato gioco di nervi e di tensione psicologica condotto con metodi rozzi e grossolani sui giornali non si legge. Non fa notizia. Eppure è così. E a pagarne le spese, talvolta, capita che sia pure chi rispetta le regole e non ha purtroppo proprio nulla da nascondere.

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