A che serve la morte di Dolly?

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Suicida la piccola Amy, testimonial pubblicitaria da bambina e ora vittima di bullismo a 14 anni.

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A volte vorresti sotterrarti, scomparire. Vorresti avere un interruttore on/off da poter spegnere a piacimento, per non sentire le storie che ti fanno male. Ma quelle sono lì, le bastarde. Sempre pronte ad azzannarti da qualche parte quando meno te lo aspetti.

Lo fanno anche dalla terra dei canguri, quella riarsa e rossa di laterite in cui stava la piccola Amy.

Amy aveva avuto una fugace celebrità quando, da bambina, era stata testimonial di una ditta di cappelli. Pesta il sole, in Australia, e l’Akubra, che fabbrica gli stetson texani, è probabilmente un’azienda che viaggia bene. La chiamavano “Dolly”, bambolina, la piccola Amy.

Poi Amy è cresciuta, è diventata un’adolescente ed è caduta come un triste soldatino nella guerra del bullismo.

Si è suicidata, la bambolina dal cappellone texano. E ora è di nuovo testimonial da morta. Lo è prestando ancora una volta il suo visino a una lotta che si ribella alle sepolcrali logiche dei social network e della prevaricazione.

“Se pensate che il bullismo sia uno scherzo, se vi sentite superiori, leggete questo post, venite al funerale e assistete alla devastazione che avete creato. Se possiamo aiutare altre vite preziose a uscire dallo smarrimento e dalla sofferenza, la vita di Doll non sarà sprecata”.

Ha scritto suo padre in un post. Un padre che, come posso immaginare da padre pure io, cerca disperatamente di dare un senso alla morte della sua piccola, fragile bambina.

Anche la Akubra ha sposato la causa, e ci piace pensare che lo ha fatto non per farsi pubblicità ma perché toccata seriamente da questa morte crudele.

“Questo non è un post facile da scrivere. Siamo rimasti scioccati e angosciati nel sentire quanto accaduto a “Dolly”.Pensare che qualcuno possa sentirsi così schiacciato, che veda la morte come unica via d’uscita, è incomprensibile. Il bullismo è inaccettabile. Dolly potrebbe essere la figlia di qualcuno, la sorella, l’amica. Dobbiamo assicurarci che chiunque sia in crisi sappia che c’è sempre qualcuno con cui parlare”.

La picola Amy non è una bambina palestinese, della Sierra Leone o una Rohingya. Non è una piccola raccoglitrice di rifiuti a Calcutta o a Mombasa. Tanti bambini muoiono ogni giorno divorati dalle ingiustizie e dall’ottusità crudele degli adulti.

Ma Amy è il simbolo di un disagio che colpisce tutti noi, un disagio che, a prescindere dagli autori, ci riporta alla mente un problema che è nato con le protoscimmie che vagavano nelle savane dell’acrocoro etiopico milioni di anni fa. La prepotenza, la sopraffazione, l’aggressione del più debole.

Ecco perché parliamo di Amy. Perché è bionda e australiana e per questo vi fa più male. Più male di un bimbo dal ventre gonfio del Dahomey. Ma lei è qui per tutti loro. E da sotto il suo cappellone ci guarda con gli occhi dolci di bambina e ci ricorda che esistiamo e che abbiamo un ruolo. E che questo ruolo non è solo di osservatori, ma di genitori, di ascoltatori, di consolatori.

Guardiamo Amy negli occhi e non abbassiamo lo sguardo.

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