Un’idea «illuminata» per il Giorno della Memoria

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Ogni cosa è illuminata» , di Jonathan Safran Foer, fra risate e tragedie, un viaggio dominato dalla memoria.

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Libri per il «Giorno della Memoria» ce ne sono tanti. Capolavori assoluti, basti qui citare «Se questo è un uomo», di Primo Levi, oppure «Il diario di Anna Frank», recentemente passato in cronaca per un increscioso fatto di banale barbarie verificatosi nei dintorni della delinquenza da stadio (lasciamo stare i tifosi, quelli sono un’ altra cosa).

Libri che sono diventati certificazioni dirette, racconti di fatti realmente accaduti o vissuti e, come è giusto che sia, trasmessi alla cultura collettiva. Le testimonianze, o rievocazioni, sono però destinati a scomparire (stiamo scrivendo di tragedie di settant’anni fa…) lasciando il posto alla memoria, che resta un’elaborazione del ricordo. E allora cosa meglio della letteratura, intesa come metabolizzazione dei fatti ?

Eccoci ad un romanzo che chi scrive reputa capolavoro. Si tratta di «Ogni cosa è illuminata», libro d’esordio di Jonathan Safran Foer, scritto nel 2001. Allora l’autore americano aveva 23 anni e già questo ha del miracoloso. La storia è quella di un viaggio alla ricerca del proprio passato, una cronaca che trova sviluppo e completezza in tante altre storie. A cominciare da quella dei protagonisti. Il giovane americano che parte da casa alla ricerca dell’antico villaggio della propria famiglia, in Ucraina. Un americano atipico, occhialuto, vegetariano, giovane e in giacca e cravatta, portatore di tic e molto riflessivo. Pallido come … un russo.

Poi c’è il suo traduttore, quello che lo accoglie con una bandella nella stazioncina ferroviaria di un paesino quasi sperduto. Lui ha gli occhi azzurri e sprizza vita da ogni poro: è ingenuo e astuto, avido e farsesco, pasticcione, bugiardo e megalomane. Un eroe picaresco, titolare della scalchignata agenzia turistica «Viaggi e tradizione», specializzata nel portare gli ebrei americani a disseppellire i luoghi dove, prima della Seconda Guerra Mondiale, vivevano le loro famiglie. Parla una lingua «pastiche» divertentissima, immaginosa e piena di sbagli, e con il nonno autista che si pensa cieco ed il cagnolino inizia un avventura che più rocambolesca non si può. Pascolano ma ad un certo punto, in mezzo ai girasoli, incontrano e conoscono una vecchia bellissima («bella come una che non incontrerai mai, ma sempre sogni di incontrare»). L’anziana vive in un museo, custodisce in moltissime scatole e scatolette infiniti reperti dei tempi andati. Anche una foto di Augustine, che ha salvato la vita al nonno di Jonathan (il protagonista porta lo stesso nome dello scrittore, ma non è lui!) ai tempi dei nazisti. Ma qui … «ogni cosa è illuminata». Tutto viene riflesso dalla luce del passato.

E tra risate e tragedie trova soluzione un romanzo dominato dalla memoria («ma perché fai tutto questo?», «perché ho paura di dimenticare») e non solo la narrativa di Safran Foer ma tutta la Letteratura con la L maiuscola trova rinnovato splendore. Un libro che segna perché gioioso e disperato, meraviglioso e terribile, che fa ridere e piangere.

Vi è pure una bella versione cinematografica, del 2005, firmata da un altro esordiente, Liev Schreiber. Da vedere. Non sappiamo dire se prima o dopo la lettura.

«Ogni cosa è illuminata» , di Jonathan Safran Foer, 2001, Guanda, 2016, tr. Massimo Bocchiola, pag 327, Euro 12,00.

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