La Posta, una macchina da soldi?

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La Posta, un tempo il fiore all’occhiello dei nostri servizi, diventa sempre più una macchina acchiappautili che ragiona in base a logiche di mercato, a discapito dei lavoratori e degli utenti

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La settimana scorsa, a “60 Minuti”, il magazine politico diretto da Reto Cheschi su RSI LA2, è andato in onda il solito copione che vede contrapposte destra e sinistra. Messi da parte gli scandali, quello che ci rimane di un ex servizio pubblico, semi privatizzato dalla Confederazione, è una macchina acchiappautili che usa gli stessi concetti dell’economia di libero mercato: ci sono dove faccio soldi, mollo dove non mi conviene. Ce lo spiega bene Marco Forte, di Sindycom (il sindacato al quale aderisce anche GAS):

“La Posta persegue un profitto, questo a discapito dei cittadini, dei lavoratori e della qualità. Lo si vede anche con le chiusure degli uffici postali nonostante l’opposizione dei Comuni, dei Municipi e dei cittadini che lanciano petizioni. (…) Bisogna cambiare, innanzitutto gli obiettivi della Posta in quanto oggi la sua priorità nr. 1 si basa sul profitto, poi viene il servizio e per ultimo le condizioni di lavoro.

Invece dovrebbe esserci il servizio come priorità, poi le condizioni di lavoro e per ultimo l’utile.

Da tenere presente che, a causa di questo, si è potuto notare un grande peggioramento nelle condizioni di lavoro dei dipendenti della Posta da quando è stata privatizzata”

E anche del servizio, aggiungiamo noi, per essere precisi. Sono ben lontani infatti i tempi in cui la Posta svizzera era un fiore all’occhiello indicata e invidiata da tutti in Europa come esempio di efficienza e precisione.

È Giovanni Merlini a tentare una tiepida difesa del gigante giallo, pur ammettendo che certe condizioni sono venute a cambiare:

“(…) …la mia netta sensazione è che negli ultimi anni, la direzione della Posta che doveva imprimere delle scelte strategiche, abbia perso un po’ di vista questi criteri, perché il coinvolgimento degli enti pubblici, dei Comuni ma anche delle stesse organizzazioni economiche è fondamentale in un Paese come il nostro così diverso al suo interno dove ci sono esigenze così variegate e troppo spesso la Posta ha dimostrato di essere un po’ poco sensibile nei confronti di queste esigenze.”

È Marina Carobbio, di cui condividiamo la lettura, che mette sul piatto una realtà scomoda ma incontrovertibile:

Io penso che la politica abbia una grossa responsabilità in quello che sta avvenendo nella Posta e anche in altre aziende ex regie federali. (…) Prima si diceva per esempio che (la Posta) doveva garantire una certa crescita. Oggi in questi obiettivi si parla di una crescita che deve essere redditizia.

Per quello che è il discorso di fondo “vogliamo il servizio pubblico sì o no e che servizio pubblico vogliamo”, perché tutti diranno: “si, deve essere garantito il servizio pubblico, la Posta è un servizio universale che deve essere garantito a tutti i cittadini”, ma abbiamo visto che la realtà non è questa. Abbiamo visto che nelle zone periferiche molti Comuni del Cantone e dei Grigioni sono colpiti anche quando certi uffici postali funzionano molto bene e non si capisce perché si decide di chiudere e perché ci sono questi piani di smantellamento degli uffici postali che sono stati scoperti grazie agli accertamenti e alle indagini che ha fatto il sindacato, sennò se ne sarebbe magari parlato molto dopo.(…) Inoltre, questi dirigenti di queste ex regie federali come la Posta, hanno i salari già molto alti, ben superiori a quello che sono per esempio i salari di un consigliere federale, e in più ricevono dei bonus legati alla redditività delle loro aziende. Non è infatti un caso che la direttrice della Posta, signora Ruoff, abbia avuto un aumento dello stipendio rispetto al direttore precedente del 24% in 10 anni, o del suo salario compresi i bonus, perché legati a questa logica.”

La logica del profitto non va di pari passo con un servizio pubblico efficiente e alla portata di tutti i cittadini. Decenni di privatizzazioni europee e anche nostrane ce l’hanno insegnato, ma il timone perennemente a destra della politica svizzera chiede sempre meno Stato, più privatizzazioni e utili continui. A fronte, ci sono preventivi della Confederazione che promettono lacrime  e sangue per strappare dei tagli e poi a consultivo saltano fuori i miliardi, 5 solo quest’anno. È ora forse di reagire?

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