No Billag e l’unità dei romandi

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Una panoramica su come è vissuta la campagna per l’iniziativa contro il canone nella Svizzera romanda: una lezione anche per il Ticino

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Votazione che vai, dibattito che trovi. Il polverone sollevato da No Billag in particolare è di dimensioni considerevoli, tanto che ne hanno sentito parlare anche i paracarri. Un polverone che negli ultimi mesi ha portato in piazza migliaia di persone ai quattro angoli del Paese. Un polverone che ha spazzato la Svizzera come nemmeno la gelida bise sa fare, rizzando i peli di innumerevoli associazioni federali, cantonali, regionali. Nonostante le varie raccomandazioni di voto che tutti i media prontamente diffondono, in Ticino il dibattito resta isolato entro i confini cantonali – italianità oblige. Ma come la stanno vivendo questa campagna oltralpe?

Avendo più dimestichezza e contatti in Romandia, mi sono avventurata oltre Gottardo, a ovest del Röstigraben. Ho sfogliato diversi quotidiani, ho esaminato vari dibattiti televisivi, ascoltato programmi radiofonici e ammirato cartelloni pubblicitari. Prima differenza, non di poco conto, non esiste il movimento “Sauvons la RTS”, corrispettivo del “Salviamo la RSI”. Le radiotv romande sovvenzionate dal canone formano un fronte compatto, unito: ad essere in gioco infatti non è solo la sopravvivenza della RTS ma anche di tutte quelle piccole radio e televisioni private e locali a cui i cittadini sono molto affezionati. Radiotv private che, grazie alla loro natura commerciale, non hanno esitato a lasciar trapelare da che parte stavano.

Seconda differenza, alla RTS non si limitano a comunicare le varie raccomandazioni di voto man mano che queste vengono emesse. Hanno preparato e mandato in onda – in prime time – dei servizi per spiegare cosa finanzia il canone, per mostrare chi approfitterebbe della fine del servizio pubblico, per paragonare le offerte sportive di SSR e tv private. Il tutto riunito in un fornitissimo dossier, pubblicato sul loro sito, che fa impallidire il piccolo collage RSI.

Ma la differenza più rilevante di tutte è che in Romandia non esistono dei sostenitori del SI come li abbiamo noi. Anche spulciando i blog personali dei membri del comitato di iniziativisti non si trova da nessuna parte una quantità di bile paragonabile a quella che sbrodola ogni domenica dai fogli del Mattino contro la RSI – e sulle loro tastiere al posto della S non c’è la $ -. Nei vari dibattiti televisivi e radiofonici nessuno si è mai sognato di dire che la RTS fa un lavoro di qualità “quasi troppo elevata” – una mia amica losannese ha riso quando le ho raccontato l’episodio -. In Svizzera romanda nessuno ha mai sentito un direttore di una scuola di giornalismo proclamarsi a favore dell’iniziativa, avanzando come motivazione il fatto che nessun dipendente RSI abbia risposto alla sua scommessa. In Romandia non danno gratuitamente del comunista a chi lavora per la RTS e a chi si esprime contro l’iniziativa.

Per un po’ ho insistito, incredula, continuando a cercare almeno delle piccole somiglianze tra le nostre regioni linguistiche, ma non c’è stato nulla da fare, ho dovuto desistere. Una lezione di civiltà e di coesione regionale che ci sognamo.

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