Bataclan vs Parkland, guerra di vittime

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Dure le parole di Jesse Hughes, sopravvissuto al Bataclan, contro le manifestazioni degli studenti di Parkland. Ma è troppo facile giudicare, nessuno può capire cosa passa nella testa di chi ha realmente visto la morte in faccia e, forse, vuole solo silenzio e dimenticare

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Quando pensi all’amarezza e alla commozione che suscitano certi fatti, quando pensi che il dolore si sia sopito, che la ferita si sia, se non chiusa, perlomeno in parte cicatrizzata, quando pensi che rialzare la testa, come nella scossa che si sono dati gli studenti statunitensi sia servito a qualcosa, finisci per accorgerti che nuovo dolore può sovrapporsi al primo.

Siamo stati Charlie Hebdo, siamo stati il Bataclan, siamo stati i ragazzi di Parkland o i morti di Orlando. Chi più chi meno, abbiamo condiviso degli eccidi che in fondo ci toccano di più dei morticini siriani, perché potevamo essere noi, non nascondiamoci dietro a un dito. Ci siamo inorriditi di fronte ai discorsi dei superstiti, consci che un così devastante trauma può essere capito, come la guerra, in fondo, solo da chi ci è passato.

Ecco perché risultano così dolorose e incomprensibili le parole di Jesse Hughes, frontman degli Eagles of Death Metal, la band che suonava al Bataclan (leggi qui).

Jesse, che ha vissuto sulla sua pelle il terrore, Jesse anche lui superstite casuale di un massacro, si scaglia contro i ragazzi di Parkland:

 “In quanto sopravvissuto a un attentato, posso dire che le proteste di questi giorni nelle scuole sono un insulto alla memoria dei ragazzi uccisi e sono un insulto a me stesso e a tutti quelli che credono nella libertà” – e ancora –  “stanno sfruttando la morte di 16 studenti e loro compagni di classe per ricevere attenzioni e qualche like in più su Facebook”

Parole roventi e crudeli, postate su Instagram e poi rimosse, probabilmente in seguito allo sdegno della Rete. Di primo acchito viene la rabbia, e fa male, perché non dovrebbe esserci rabbia tra delle vittime, vittime in fondo della solita violenza cieca, vittime di guerra, gente che si sveglia la notte urlando e che conserva un cupo fiore velenoso nel profondo della psiche.

Ti viene da pensare che Hughes è uno stronzo, diciamolo fuori dai denti: Ma come, proprio tu? Tu che hai vissuto, tu che hai provato tradisci così?

Eppure se ascoltiamo bene Hughes, sentiamo anche lì tanto dolore e rabbia. Non ha ragione Jesse, no; però ha un suo modo di percepire le cose, di definire, nella sua mente, il massacro. Jesse forse più che prendersela coi ragazzi vuole dimenticare, vuole quiete per le vittime, vuole sedersi sulla Booth Hill* a guardare le lapidi con l’erba che gli solletica il sedere mentre guarda il cielo. E senza essere superstiti, senza essere vittime di guerra, noi fortunati possiamo provare a capire il male che cola dal suo cuore e si coagula nell’erba. Possiamo vedere le lacrime che scendono da sotto gli occhiali da sole dalle lenti arancioni.

E no, non ce l’abbiamo con Jesse, non possiamo avercela con lui perché non potremo mai capire cosa si agita nella sua testa. Forse solo qualcuno di quegli studenti di Parkland, diventati adulti di colpo, può comprendere le parole di un metallaro che ha attraversato l’inferno. Perché l’esperienza comune è il cemento tra persone, e spesso la comprensione si nasconde dietro un dolore condiviso.

Non giudichiamo. Non ne abbiamo la qualifica.  

 

*Booth Hill, la collina degli stivali, così venivano chiamati i cimiteri nel west americano dell’800.

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