È la vittoria di tutti noi

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E finalmente è fatta. La votazione che aveva sollevato tanto astio e acrimonia, odii immotivati e vendette trasversali è giunta al suo epilogo. Quasi 3 svizzeri su 4 hanno rigettato al mittente il tentativo di abbattere l’ente radiotelevisivo pubblico per lasciare campo libero alle grosse aziende private.

Un epilogo realmente inaspettato perché oggi solo una cosa si può dire: Gli Svizzeri, democraticamente, sono l’unica nazione ad aver ratificato e difeso il proprio servizio pubblico radiotelevisivo.

Lo ha fatto massicciamente anche il Ticino, il Cantone più povero e che aveva perciò più stimoli ad abolire una tassa che a diverse persone pesava sul budget familiare, lo ha fatto anche e soprattutto nonostante il divario enorme nelle spese pubblicitarie tra i fautori del No e quelli del Sì.

Questa non è la vittoria dei Canetta, dei Ceschi, del cavista o del cameraman di turno. Certo, loro potranno tirare un sospiro di sollievo, ma a vincere oggi è il servizio pubblico, inteso come tesoro di noi tutti, con i suoi archivi, la sua tutela del territorio e dell’italianità.

Vero è che gli strascichi più squallidi in questa votazione sono stati gli attacchi personali ai vari giornalisti, le petizioni come quella di Ghiringhelli (leggi qui) o le bordate del Mattino della Domenica, mirati a fare abbassare la “cresta” a chi in fondo faceva ragionamenti logici e sereni (leggi qui).

Una cosa chiediamoci, però, sempre e comunque. Da dove vengono i soldi che finanziano le campagne al voto? Se quella dei contrari è stata trasparente, e supportata dalle donazioni di centinaia di privati che credevano nel servizio pubblico, nessuno sa dirci da dove sono venute le decine di migliaia di franchi di annunci e banner su giornali e portali ticinesi. Dalla Lega? Dall’UDC? Da Tito Tettamanti? Insomma, chi ha cacciato i soldi per far fuori la RSI e la SSR? E soprattutto, come è tollerabile che il più livoroso avversario del No, Lorenzo Quadri, non solo abbia riempito il suo giornale per mesi di articoli ignobili, faziosi e fuorvianti, ma anche che abbia avuto come attaché in Parlamento un esponente di UPC Cablecom, una delle aziende che maggiormente si sarebbe avvantaggiata dalla caduta dell’ente radiotelevisivo? Un’azienda che ha foraggiato per mesi anch’essa con decine di migliaia di franchi il suo stesso giornale (leggi qui)? Accettiamo serenamente che qualcuno, colluso col settore privato, smantelli il nostro Stato e i suoi servizi, con la maschera di difensore del popolo da una parte e una mano ben tesa a raccogliere la moneta dall’altra?

Se invece vogliamo contrastare questo attacco allo Stato, serve un patto di Paese, serve una politica forte e onesta, servono giornalisti seri e agguerriti che facciano bene il loro lavoro di guardie del corpo della repubblica. Persone che oggi non si facciano più intimidire dal politico stizzito in trasmissione o dalle fucilazioni continue sul Mattino della Domenica o su portali compiacenti. E facciamo in modo che il logo di UPC Cablecom resti appiccicato a Quadri come una lettera scarlatta, ricordandoci cosa è in realtà che muove certi personaggi che usano il popolo come un mulo da cavalcare.

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