Più tempo per i papà

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Oggi è San Giuseppe; più prosaicamente, la festa del papà. Come succede a chiunque di noi, il primo pensiero della giornata va a mio padre, al suo esempio, alle frequenti ed accese discussioni ma soprattutto a quanto la sua presenza sia importante nella mia vita.

Il secondo, invece, va a tutti i papà che per me hanno il volto di mio fratello Diego, con i suoi capelli biondo scuro, gli occhi azzurri e le mani a tenaglia, indispensabili per afferrare e placcare bambine invasate e apparentemente irrefrenabili, che somigliano, per certi versi, all’orsetto testimonial della Duracell negli spot televisivi degli anni ’90 e, per altri, a Linda Blair ne L’esorcista.

Padre e figlio, un binomio indissolubile. Ma chi sono davvero i bambini? Categoria di nicchia del genere umano, queste paffute miniature d’uomo, più simili ad incroci tra bambole di pongo, che si ammaccano ma non si rompono, e scimmie urlatrici nane, si aggirano voracemente curiose in barba ad ogni sorta di barriera architettonica casalinga. Centimetro dopo centimetro, scoprono il proprio personalissimo universo, di cui rappresentano il centro indiscusso, esplorando e conquistando l’ambiente che li circonda con il loro incedere goffo – conosciuto appunto come il “passo della scimmia ubriaca” – reso ancora più incerto da pannolini enormi e quasi sempre ricolmi di feci. Minuscoli, innocenti, puzzolenti, teneri ed inarrestabili colonizzatori. Ma proprio questo loro equilibrio precario dimostra inequivocabilmente il legame che unisce noi esemplari adulti a questa sorta di Gremlins che si esprimono in una lingua incomprensibile, fatta di monosillabi, versi gutturali, urla acutissime, grugniti e tonanti digestioni. Il loro passo incerto non è altro che una versione più spontanea e meno esperta del nostro camminare e del nostro vano tentativo – come direbbe Schopenhauer – di limitare l’inevitabile caduta intrinseca ad ogni passo. O semplicemente il loro barcollare approssimativo ci ricorda, sulle notte di Sally, che la vita “è tutta un equilibrio sopra la follia”. Per fortuna, esistono delle stampelle che limitano il numero delle loro cadute e delle gru che li riportano sempre in posizione eretta che si chiamano mamma e, appunto, papà.

Il terzo pensiero vola così a domani sera quando, nel corso della seduta di Consiglio comunale a Mendrisio, inoltreremo una mozione firmata da quattro schieramenti politici per chiedere l’estensione a venti giorni del congedo paternità per i dipendenti comunali, così come già fanno altri Comuni. Personalmente credo che sia fondamentale consentire ad un padre di poter trascorrere assieme al proprio figlio il maggior tempo possibile, specialmente nei primi, delicati e caotici giorni di vita dell’ultimo arrivato.

Anche perché il tempo è la vera ricchezza della nostra epoca. In un contesto sempre più frenetico e orientato alla crescita intesa unicamente come sinonimo di profitto fine a sé stesso, il tempo è l’unica cosa al mondo che non si compra; è l’unica moneta – reale o virtuale – immune da svalutazione e inflazione. Il tempo non è una merce e non si può né accumulare né riprodurre; non ha prezzo, ma dà valore ad ogni cosa che facciamo. Indica non solo la durata della nostra vita e il numero dei passi che faremo, ma stabilisce anche la remunerazione del nostro lavoro, svela la profondità delle relazioni che instauriamo con gli altri e qualifica la dedizione ai nostri interessi e alle nostre passioni. È il bene più effimero che esista, il suo deperimento è inarrestabile e perciò non va sprecato. Al contempo, è il regalo più prezioso ed il compenso più onorevole che possa venir corrisposto per ripagare il nostro impegno.

Mi piacerebbe che l’estensione del congedo paternità, una proposta tutto sommato semplice e trasversale, venisse adottata sia da gli enti pubblici che dai datori di lavoro privati, e magari venisse – questa sì – addirittura ancorata nella Costituzione cantonale quale riconoscimento dell’importanza e del valore del tempo consacrato agli affetti e alla famiglia.

Mi piace infine sperare che di una tale opportunità possa beneficiare anche mio fratello quando, tra un paio di mesi, si troverà tra le braccia il terzo cucciolo d’uomo della sua personalissima tribù che lo saluterà a suo modo, ovvero riempiendolo di muco e bava.

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