Soccorrere non è un crimine

Due storie di soccorritori a cui la giustizia contesta l’aver agito per solidarietà umana.

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Due casi in una settimana, due storie di uomini e donne caduti nella rete della giustizia, quella con la G minuscola, per il solo fatto di aver soccorso altri uomini e donne, di aver agito secondo umanità.

La prima storia si svolge nelle acque del Canale di Sicilia, quello specchio di mare che è ormai un azzurro e liquido cimitero per uomini, donne, vecchi e bambini partiti con la speranza di un futuro migliore e finito giù, in fondo agli abissi a decine, centinaia. La nave della ONG spagnola Proactiva Open Arms attracca a Pozzallo, nell’estremo sud della Sicilia; a bordo ci sono 218 persone, che l’equipaggio della nave ha rifiutato di consegnare alla guardia costiera libica, rischiando la propria vita sotto la minaccia delle armi spianate dai libici. Dopo lo sbarco, la nave è stata posta sotto sequestro dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro (lo stesso delle poi ritrattate accuse di finanziamenti degli scafisti alle ONG), e tre membri dell’equipaggio si ritrovano indagati, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver rifiutato di consegnare i migranti ai libici, nel timore, o nella certezza, che subissero violenze e sevizie nei campi di detenzione in Libia. Erano state proprio le autorità italiane a comunicare alla Proactiva che sarebbero stati i libici a gestire il soccorso nel quadro dello scellerato accordo concluso con il governo di unità nazionale libico, minoritario nel Paese ma unico riconosciuto a livello internazionale, dall’ormai ex ministro dell’Interno Marco Minniti, del PD. Insomma, da soccorritori e salvatori di vite umane, i membri dell’equipaggio della nave si ritrovano a essere considerati dei criminali, quasi dei trafficanti di esseri umani per aver disobbedito a un ordine che, probabilmente, avrebbe significato morte e dolore per 218 persone, violando il trattato con cui Minniti, fondamentalmente, risolve il problema dei migranti lasciandoli nelle mani dei loro carnefici, per poi vantare pubblicamente il calo degli sbarchi. “È stato istituito il reato di solidarietà”, ironizzava amaramente l’avvocato dei marinai.

Dal caldo e dal mare della Sicilia, per la seconda storia ci spostiamo sulle Alpi italo-francesi, nella neve e nel gelo dei 1900 metri di altura del Monginevro, su quelle rotte gelide e terribili che i migranti, respinti a Ventimiglia, spesso affrontano per valicare il confine con la Francia, a costo di rischiare l’assideramento. Benoit Ducos, guida alpina, avvista in territorio italiano un gruppo di sei persone, di cui fa parte una famiglia nigeriana, padre, 2 figli di 4 e 2 anni, e la madre incinta all’ottavo mese, stremata e in condizioni disperate, stretta nella morsa delle doglie pre-parto. Benoit non ci pensa due volte, come chiunque dotato di un minimo di umanità farebbe, carica la donna e la famiglia in macchina e varca il confine, cercando di raggiungere l’ospedale della vicina Briançon. L’auto viene tuttavia fermata dalla Gendarmeria francese, che contesta la mancanza di documenti dei migranti e blocca il gruppo per circa un’ora, nonostante le implorazioni di Benoit di fronte all’imminente parto della donna, salvata solo dall’arrivo dei pompieri e trasportata in ospedale, dove darà alla luce il bambino con un cesareo d’urgenza. Una storia di quotidiana disumanità, di assurda rigidità di fronte a una situazione disperata, come quella che abbiamo già raccontato della donna siriana che, respinta dalle guardie di frontiera svizzere nonostante avesse le doglie, ha poi perso il bambino (leggi qui).  Benoit, per aver salvato delle vite umane, ora rischia fino a 5 anni di carcere: numerose sono le iniziative partite in suo sostegno, sotto il motto di “Soccorrere non è un crimine”.

Siamo alla criminalizzazione della solidarietà e dell’umanità, alla negazione di ogni forma di ragioni umanitarie che giustifichino un comportamento che si, va contro le leggi, ma che risponde all’esigenza di salvare delle vite umane. Confini segnati sulla carta, che qualcuno, se si potesse, trasformerebbe in fossati pieni di coccodrilli, sono diventati ormai dei muri invalicabili, difesi a costo della vita di persone che cercano solo una vita migliore di quella che si lasciano alle spalle, fatta spesso di guerre, violenze, torture, stupri, che i carnefici si chiamino ISIS, Assad, o Boko Haram. Chi cerca di affermare l’assoluta superiorità della vita e della dignità umana di fronte alle leggi viene trattato come un criminale, pubblicamente messo alla gogna come spalanKatore di frontiere, quelle stesse che a Gucci e compagnia bella sono invece più che spalancate, con tanto di tappeto rosso e scorta d’onore. Lo abbiamo già visto con la vicenda di Lisa Bosia Mirra (leggi qui), e oggi con i casi della Proactiva e di Benoit Ducos: questo nuovo, distorto e vomitevole nazionalismo becero che la Destra fomenta ha prodotto, o meglio, resuscitato da epoche lontane, l’abominevole concetto di tradimento rivolto a chi al concetto di Patria e Nazione antepone quello di Umanità e Solidarietà. Noi, dal canto nostro, non possiamo che sostenere questi nuovi ribelli, che mostrano che, nell’epoca di chi invoca muri fisici fra gli Stati, di chi considera un crimine e una vergogna aiutare degli esseri umani, c’è ancora chi si oppone a questa decadenza e difende ancora l’Umanità, fregandosene di frontiere e dogane e pulendosi il sedere con i trattati e gli accordi internazionali firmati sulla testa delle persone dai Minniti di turno.

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