Il malloppo sotto chiave in Svizzera

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In un caveau di Lugano è stato trovato l’ennesimo pezzo d’arte. Un dipinto della scuola del Caravaggio, un “Bacco” nascosto a dovere dalla famiglia di Santo Abossida affiliata all’associazione a delinquere calabrese.

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Che la ‘ndrangheta ci sia e ricicli allegramente il suo denaro anche e soprattutto da noi, nell’ambito per esempio della ristorazione, è una di quelle verità che si dicono a mezza voce o addirittura non si scrivono nemmeno. Chissà, probabilmente, per timore che il troppo rumore non faccia lievitare a dovere l’impasto della pizza o di altri loschi business. Quel che invece è certo – e i carabinieri di La Spezia non l’hanno mica sussurrato con un fil di voce – è il fatto che, in un caveau di Lugano, sia stato trovato l’ennesimo pezzo d’arte. Un dipinto della scuola del Caravaggio, un “Bacco” nascosto a dovere dalla famiglia di Santo Abossida affiliata all’associazione a delinquere calabrese.

È primavera. Con l’arrivo della bella stagione si spalancano le finestre e si fa circolare l’aria, lasciando che quella viziata se ne esca. Così, con le pulizie di questo periodo, è subito fatto che da un qualche armadio salti fuori lo scheletro che non t’aspetti. La faccenda si fa ben più scabrosa passando dagli armadi alle cassette di sicurezza, ai forzieri delle nostre banche che fino a ieri l’altro hanno fatto la fortuna della Svizzera verde. Prima della classe, per decenni, nel lavare più bianco, accogliendo i panni sporchi e le ricchezze della peggio risma di farabutti presenti sul globo terracqueo. Non c’è bisogno di chissà quale fantasia per sapere cosa rischieremmo di scoprire.

Ma per chi d’immaginazione ne fosse proprio sprovvisto, può sempre attingere alla cronaca di questi giorni, non certo avara di esempi. Dal presunto Leonardo, un quadro che raffigura Isabella D’Este, ufficialmente richiesto indietro con una lettera formale inviata alle nostre autorità dal Ministro della Giustizia italiano alla spinosissima questione che vede impegnata la diplomazia elvetica sulla collezione Gurlitt e i più di 1400 capolavori, molti dei quali sottratti agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.

Insomma, che la criminalità abbia fatto dell’arte la sua nuova frontiera, è ormai cosa nota da tempo. Così com’è sotto agli occhi di tutti il cambio di rotta nella navigazione di Lugano, una città che dopo aver preso atto del periodo di vacche maghe attraversato dalle banche e dalla sua piazza finanziaria ha provato a puntare tutto proprio sulla cultura e l’arte. Il LAC insegna. Una mossa astuta la cui resa, stando per esempio anche solo all’ultima mostra dedicata a Picasso, si è finora dimostrata vincente. Per concludere – è pure questa una notizia di cronaca – molto meno brillante è stata invece la furbata di quel tale che, in una cassetta di sicurezza di una banca luganese, aveva nascosto 3 miliardi delle vecchie lire. Un tesoro ereditato recentemente da un suo nipote. Un tesoro che però non vale nulla poiché quella valuta, ormai fuori corso, è in pratica da ritenersi carta straccia. Già. Perché anche la truffa, quella fatta bene, è un’arte.

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