Il quarto segreto (bancario) di Galeazzi

Pubblicità

Galeazzi, in questo momento, è un po’ come il gatto di Schrödinger: contemporaneamente vivo e morto finchè non si apre la porta della stanza, colpevole secondo gli inquirenti italiani, assolutamente a posto secondo la magistratura svizzera

Di

La notizia gira ormai da qualche giorno: per Tiziano Galeazzi, granconsigliere e consigliere comunale UDC, è stato chiesto il rinvio a giudizio nel quadro dell’inchiesta italiana “Pecunia Olet”. L’accusa è, sostanzialmente, di aver aiutato alcune persone, imputate nello stesso processo, a “ripulire” in Svizzera soldi e patrimoni di provenienza illecita, frutto di reati fallimentari o tributari. Fin qui i fatti, si vedrà se il GIP, come probabile, confermerà il rinvio a giudizio mandando Galeazzi a processo o se archivierà la vicenda.

Chiariamo subito un punto: l’appartenenza politica di Galeazzi, in sè, è irrilevante in questo caso. Non ci interessa fare giustizialismo fine a se stesso, restiamo garantisti e sostenitori dell’innocenza fino a condanna definitiva, e non cambiamo idea se si tratta di un esponente UDC o di un socialista. Tuttavia, il fatto che a essere coinvolto sia un personaggio politico è, probabilmente, l’elemento fondamentale che permette a questa vicenda di avere risonanza mediatica anzichè essere confinata in poche righe ad interesse degli appassionati di cronaca giudiziaria. E tale rilevanza mediatica mette in luce un sistema che, stando anche alle parole di Galeazzi, era la consuetudine nel nostro Paese, almeno prima del cambiamento delle regole sul segreto bancario.

Perchè Galeazzi non dice “non ho fatto niente”. Anzi, dice sostanzialmente: “Si, mi han detto di farlo e l’ho fatto ma le regole in Svizzera lo permettevano”. Poche parole, ma che aprono uno squarcio su un mondo parallelo in cui, probabilmente, per un Galeazzi che finisce sotto i riflettori in quanto esponente politico, ci sono forse decine, centinaia di Pinco Pallino che quotidianamente spostano capitali, imboscano denaro, rifanno la verginità a immensi patrimoni frutto di evasione fiscale, truffe, se non addirittura di attività criminali a stampo mafioso. Galeazzi poteva sapere che quei soldi erano di provenienza illecita? Lui sostiene di no, ma le avvisaglie tuttavia non mancavano, bastava una semplice ricerca del nome della cliente su Google, come abbiamo già documentato (leggi qui: http://gas.social/2016/12/operazione-pecunia-olet-le-domande-che-galeazzi-avrebbe-dovuto-farsi/). Il fatto che, come scritto nelle carte dell’inchiesta, venissero usati termini in codice come “magazzino di mele” per indicare i conti correnti destinatari dei capitali in questione, solleva ulteriori ombre sulla questione. Se questa sia la prova fondamentale di un comportamento illecito consapevole, e se c’è stata negligenza o se Galeazzi avrebbe dovuto, nel caso, avvisare i suoi superiori, spetterà ai giudici stabilirlo. Resta il fatto che, a distanza di un anno e mezzo, rimangono ancora inevase le domande che ponevamo allora:

I nostri gestori patrimoniali, non leggono le notizie? Non si informano sui loro clienti? Non fanno capo alle società specializzate nel raccogliere ogni genere di informazione? O, ancora più semplice: in tutti questi anni, Galeazzi non ha mai inserito in un motore di ricerca il nome della sua cliente?

Galeazzi, colpevole o meno, è la rotella di un ingranaggio consolidato e oliato, alimentato da ciò che fino a poco tempo fa era il vanto del nostro Paese, ovvero il segreto bancario. Perchè girare e rigirare soldi sporchi, spostarli da Lugano a Panama e ritorno (un Paese a caso…)  è qualcosa che, stando alle sue stesse parole, le regole del tempo permettevano. Non è un caso che, ad esempio, passi anche da Lugano l’inchiesta che ha coinvolto il deputato italiano Francantonio Genovese, ex sindaco di Messina, accusato di aver imboscato oltre 20 milioni di euro per sottrarli al sequestro penale.

Galeazzi, in questo momento, è un po’ come il gatto di Schrödinger: contemporaneamente vivo e morto finchè non si apre la porta della stanza, colpevole secondo gli inquirenti italiani, assolutamente a posto secondo la magistratura svizzera. Un’ambiguità, ribadiamo, permessa e addirittura tutelata dalle regole dell’epoca. È un sistema marcio di cui ci si è vantati per anni, in cui tutti sapevano e che a tutti faceva comodo. Un sistema fatto da tanti Galeazzi, impiegati di banca, fiduciari, consulenti finanziari che non si pongono domande, non fanno ricerche sul conto dei clienti, non si chiedono da dove arrivino quei milioni di euro o franchi che sono incaricati di amministrare. Semplicemente, prendono quei soldi che arrivano in scatole di scarpe, borsoni, valigette, e li fanno girare, li spostano, li muovono da un Paese all’altro, da una società fantasma a un’altra, fra ridenti città-Stato e incantevoli isole tropicali. Un buco nero in cui immensi capitali vengono risucchiati e risputati dall’altra parte della galassia finanziaria perfettamente puliti,  senza alcuna traccia della loro provenienza. Chiediamoci, poi, perchè finiamo nelle black-list che tanto fanno incazzare l’UDC, insieme alle Cayman, e ci incazziamo pure.

Pubblicità

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

NO,GRAZIE!