La fine di un’era ma non di Cuba

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Dopo Fidel, oggi è il turno di Raul. Per la prima volta dal 1976 alla guida del paese non ci sarà più un Castro

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Dopo Fidel, oggi è il turno di Raul. Per la prima volta dal 1976 alla guida del paese non ci sarà più un Castro. A sostituire il fratello del lider maximo alla testa del governo dell’isola caraibica sarà l’attuale primo vicepresidente del Consiglio di Stato già ministro all’istruzione superiore, il cinquantasettenne Miguel Diaz-Canel. È lui il primo presidente a non aver preso parte alla rivoluzione cubana.

Un cambio al vertice tracciato nel solco della continuità, ma anche un segnale lanciato al mondo dell’impegno a voler proseguire con le scelte finora fatte per avere un paese “prospero e sostenibile”, proprio come promesso in più di occasione dall’ormai quasi novantenne Raul Castro che rimarrà comunque alla testa del Partito comunista cubano fino 2021.

Senza voler essere nostalgici e tifosi sfegatati della rivoluzione, ma neppure tanto scettici da considerare quanto sta accadendo come una blanda operazione di cosmesi o peggio di propaganda spicciola, di sicuro, un fatto positivo che si lega all’arrivo di Miguel Diaz-Canel, c’è. Nessuna dinastia dei Kim all’orizzonte. Nessuna figlia del Che o figlio di Fidel a capo del governo. Un chiaro segnale del volersi in qualche modo emancipare dal mito e dal suo ingombrante nepotismo, sebbene quelli che si potranno leggere a breve termine sulla realtà cubana saranno ancora gli effetti di decisioni prese nell’era Castro.

La cui eredità è tutta lì da vedere. Basta prendere l’aereo e volare a Cuba. Un laboratorio ai margini del sistema economico dominante, una realtà non facile ma che dimostra come sia possibile sopravvivere senza per forza soccombere. Anzi. Chi ha avuto modo di di toccare, di respirare la Cuba di oggi sa come, sulla scorta degli ideali rivoluzionari, ci si sia perlomeno emancipati dalla miseria. È una nota positiva questa che salta subito all’occhio. È un brillante esempio di come la povertà possa essere dignitosa. E come ad una scarsità di beni materiali, con stipendi di 30 dollari al mese, con il cibo che non manca pur non essendo granché variato, con l’elettricità che ogni tanto va via, certo, ma poi torna, si contrappongano un’istruzione e una sanità di buon livello accessibili a tutti.

Una povertà sostenibile che è comunque il segno di un’effettiva ridistribuzione della ricchezza creata da un’economia che ha saputo emanciparsi perfino dal taglio da parte dell’Unione sovietica dei massicci aiuti finanziari giunti fino agli anni Novanta. Quando sull’isola si sono visti sparire da un giorno all’altro il loro maggior partner commerciale che in cambio di zucchero di canna offriva tecnologia, hanno saputo, seppur con qualche difficoltà, affrontare abilmente il problema riconvertendo parte della loro produzione agricola facendo di necessità virtù. Senza nessuna guerra civile o sconquassi. Dimostrazione di un sistema capace di affrontare e tamponare il problema.

Detto ciò, la critica più grande che si può muovere ai padri spirituali della rivoluzione, i cui ritratti a mo’ di santini si trovano un po’ ovunque, è di non aver avuto la forza di emanciparsi dalla loro leadership. Nel caso di Fidel lo conferma soprattutto il fatto di essere rimasto al potere quasi fino alla morte, quasi un’ammissione del non aver saputo creare le condizioni per un seguito in grado di gestirsi da sé. E se la tua Cuba va avanti solo sulla scorta del tuo mito allora forse significa che il sistema non è ancora così maturo.

Solo quando i protagonisti che hanno segnato la rivoluzione si saranno fatti da parte, potremo finalmente valutare tutto il percorso e la sua bontà o meno. Perché gli ideali che hanno portato alle rivoluzioni, quelli restano, ma i moti inevitabilmente cambiano, si spengono e quella che va presa di petto è la realtà di tutti i giorni. Con il bisogno di arrivare a fine mese senza quella fastidiosa sensazione di cappio al collo. A cui si aggiunge, nel caso di Cuba, l’incalzante e tutta nuova tentazione chiamata internet, con le sirene del Capitalismo lì a mettere in discussione tutto quello che finora, nel bene e nel male, con la rivoluzione si è fatto.

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