La Liberia del dittatore George Weah

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Ironia vuole che si chiami Liberia malgrado di libertà, laggiù, ce ne sia sempre meno.

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Ironia vuole che si chiami Liberia malgrado di libertà, laggiù, ce ne sia sempre meno. Il merito è dell’attuale presidente, già attaccante del Milan. I buoni propositi dell’ex Pallone d’Oro George Weah si sono sgonfiati poco dopo il fischio d’inizio di una partita che sembra ormai irrimediabilmente compromessa se non addirittura persa.

Il fallimento dell’ennesima bella speranza salita sulla ribalta della politica africana. Weah che, dopo essersi riempito la bocca di parole e facili promesse, una volta racimolato il consenso elettorale necessario, con un’abile finta di corpo ha giocato di contropiede e dribblato diritti civili e libertà di parola.

Lo sostiene a gran voce il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti. Ma a ribadirlo c’è pure un rapporto delle Nazioni Unite nel quale si legge come l’uomo forte del partito liberiano Front Page Africa, pur di zittire la stampa e in particolare un giornale a lui ostile, abbia intentato una causa per diffamazione nei confronti di chi lo ha criticato arrivando a chiedere un risarcimento di quasi due milioni di dollari, quando a Monrovia e dintorni il reddito medio pro capite è di appena 45 dollari al mese.

Una follia che si aggiunge alle minacce giunte finora all’indirizzo di alcuni giornalisti che, per il timore di venire incarcerati se non di peggio, si sono visti costretti a lasciare il Paese africano. Una nazione peraltro martoriata da ben due recenti guerre civili (1989/1996 e 1999/2003) che hanno causato 250’000 morti ai quali s’aggiungono l’emergenza Ebola e un tasso di disoccupazione che supera il 50%.

Una realtà distante anni luce dall’idea e dal sogno di quegli schiavi afroamericani che nel 1822 crearono una colonia di “liberi uomini di colore”. Coloni che chiamarono Liberia la loro “terra promessa”, partendo dalla radice e dal nome latino “liber” il cui significato è appunto “libero”. Ma la beffa è addirittura doppia se pensiamo che la pantera del Milan targato Berlusconi ha fatto l’esatto contrario di quanto aveva predicato prima che andasse al potere.

Un cartellino rosso, quello dato ai giornalisti, del tutto inaspettato. Perché rifilato da chi aveva lottato e si era presentato alle ultime elezioni come un paladino di libertà e democrazia riuscendo a costruire sul motto “una gente, una nazione, un destino” una carriera politica folgorante. George Weah che, per ironia della sorte, prima di passare definitivamente al lato oscuro, aveva l’abitudine di iniziare ogni suo discorso con “Amandla!” ovvero “Che la forza sia con voi”, il grido dei neri liberati.

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