Ma vai a lavorare, lazzarone!

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Ha fatto recentemente un po’ di rumore la dichiarazione di un disoccupato in merito alle misure di cui era utilizzatore, in questo caso, i programmi occupazionali

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Ha fatto recentemente un po’ di rumore la dichiarazione di un disoccupato in merito alle misure di cui era utilizzatore, in questo caso, i programmi occupazionali. Citiamo da un articolo di TIO:

“In sette mesi di programma oltre a pulire i sedimi delle Ffs ho riparato bici, costruito mobili. Niente che c’entrasse con la mia formazione ed esperienza. Non è stato divertente.”

Insomma, il giovane, impiegato di vendita, non ci sta. Strappare le erbacce sull massicciata della ferrovia non porta nulla.

In un primo momento ti monta un po’ il crimine, ammettiamolo: ma come, ti danno la possibilità di fare un programma occupazionale e ti lamenti? Intanto siamo noi a pagare.

Vero, verissimo.

Però, a prescindere dalla volontà o dall’umiltà del lavoro, c’è il concetto di riduzione del danno.

Spiego: come nel crimine, scopo della società non è espressamente punire e basta, cosa che potrà anche soddisfare istinti vendicativi ma ha poca praticità. Scopo è la riduzione del danno per la società, e cioè fare in modo che il detenuto abbia la minore possibilità di continuare a delinquere e fare di nuovo male alla società una volta fuori.

Stessa cosa dovrebbe valere per i disoccupati che, si ha l’impressione, vengono un po’ “posteggiati” in questi programmi occupazionali. Scopo, secondo gli URC, sarebbe fare in modo che:

“gli obiettivi dei piani occupazionali sono il sostegno nella ricerca di un impiego, la promozione di competenze professionali in relazione ai bisogni del mercato del lavoro e il miglioramento dell’idoneità al collocamento degli assicurati, attraverso l’acquisizione di esperienze professionali, per permettere un loro rapido e durevole reinserimento”.

Ora, con tutto il rispetto, quanto può servire, come miglioramento o evoluzione professionale, passare 7 mesi a lustrare mobili e strappare erbacce? Quali aumentate competenze avrà il nostro giovane e quale maggiore idoneità al collocamento gli si para davanti?

Non sarebbe meglio spendere qualcosa in più e personalizzare, mirare maggiormente competenze e attitudini?

Sai poco l’inglese? Fai dei corsi. Nel tuo settore è richiesto un perfezionamento in marketing? Avanti! Ti serve una specializzazione in conoscenza dei nuovi materiali? Olé, via subito a testa bassa.

Insomma, occupare le persone è una bella cosa, ma occuparle per renderle davvero più competitive e competenti è una sfida del futuro che non possiamo continuare ad ignorare. Non sono gli URC che non funzionano, o perlomeno non solo, è il sistema di gestione dell’unita disoccupato. Lo Stato deve smetterla di ragionare da assistenzialista ed essere propositivo. Il disoccupato va aiutato seriamente. Ci costa di più ora? Certo, ma ci costerà meno dopo.

A volte si ha l’impressione che la politica sia totalmente impotente e incapace di ragionare in maniera proattiva, di essere innovativa seriamente. Insomma, la politica dovrebbe ragionare come una start-up.

Invece sembra sempre di vedere il nonno che ti dice: ma perché cambiare? Abbiamo sempre fatto così.

I tempi sono cambiati, bisogna muoversi e ridare speranze a persone che sennò finiscono inevitabilmente, come il ragazzo della nostra storia, in assistenza. E noi continuiamo a pagare.

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