Sono i migliori che se ne vanno

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Didier Burkhalter se n’è andato da qualche tempo e oggi, a dieci mesi dalle sue dimissioni, racconta il perché. Ed è un perché interessante e umano, qualcosa che, nonostante le differenze ideologiche ci avvicina all’ex ministro.

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Didier Burkhalter se n’è andato da qualche tempo e oggi, a dieci mesi dalle sue dimissioni, racconta il perché. Ed è un perché interessante e umano, qualcosa che, nonostante le differenze ideologiche ci avvicina all’ex ministro.

Didier Burkhalter, classe 1960, originario di Neuchâtel, è un liberale radicale. GAS ha spesso parlato di lui e non in termini lusinghieri, soprattutto per quanto riguarda le relazioni svizzere con i Paesi della migrazione, come l’Eritrea per esempio.

Eletto nel 2009, ricopriva il ruolo di Ministro degli Interni, per passare agli Esteri nel 2012, il ruolo ricoperto oggi da Cassis, cambio poco felice se pensiamo all’orientamento del ticinese, decisamente più a destra di quello del neocastellano.

Storia politica a parte, sono le dichiarazioni dell’ex ministro a stupire, e a farci riflettere: su cosa voglia dire essere un politico, su che significato abbia abdicare alle proprie convinzioni per accettare una concordanza, tipicamente elvetica, che chiede però un tributo sempre più pesante. E stupisce quello che sembra quasi un coming out, un abbandono della consueta rigidità parlamentare per fare risorgere un uomo da un guscio di potere che lo stringeva fino a farlo soffocare.

Didier parla di valori essenziali, cioè di quello in cui credi, parla dell’essere messi in minoranza, raccontando del Consiglio Federale:

 “…si ha davvero l’impressione che l’autorità collegiale nella quale si lavora non sia più in sintonia con quello che si ritiene essenziale”.

Ma cos’è, cos’era essenziale per Burkhalter?

Ci stupisce, e tanto il ministro liberale: l’esportazioni d’armi: “Ritengo che occorre essere molto chiari e opporvisi” oppure la questione femminile in merito alla parità dei salari, dove si sposta molto a sinistra dichiarando che: “se fossi stato una donna, avrei avuto molta meno pazienza”

Didier non era più sulla stessa lunghezza d’onda dei suoi colleghi perché, in fondo, il suo sentire non era logico nella macchina tritacarne della politica, dove il tornaconto della struttura Elvezia viene prima di tutto, anche prima dell’etica. Didier non aveva più la forza di esprimere energie in quel consesso, soprattutto dopo due viaggi istituzionali, ci racconta, che lo hanno segnato, uno in Ucraina, vicino alla zona di guerra, e l’altro al confine giordano-siriano, dove un altro conflitto devastante provoca centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

Questo per me, per noi è bello in un politico. L’umanità, la consapevolezza e allora, come Pietro sulla via di Damasco, Didier ha visto qualcosa, forse non una luce, ma di certo una fiammella, quella della sua anima, quella della sua coscienza.

E allora addio ragazzi, queste cose le farete senza di me. Sono proprio sempre i migliori che se ne vanno…

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