Uccidete Aldo Moro!

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Esattamente quarant’anni fa avveniva il sequestro di Aldo Moro, per mano di un commando armato delle Brigate Rosse. Uno degli episodi più cruenti e surreali della recente storia d’Italia e dell’Occidente, all’epoca in piena Guerra fredda. Una vicenda i cui contorni non si sono mai chiariti davvero, durante la quale il capo del governo italiano rimase prigioniero per 55 giorni dei brigatisti rossi che tentarono invano d’intavolare una trattativa con lo Stato. Ma facciamo un passo indietro e andiamo con ordine.

3 agosto 1974. Ore 19.58. Alla stazione Termini Moro sale sul treno che da Roma dovrebbe portarlo a Monaco. Un treno conosciuto come l’Italicus. Alle 20.03 due funzionari del Ministero degli esteri lo fanno scendere. L’Italicus salta per aria poche ore dopo nella galleria di San Benedetto Val di Sambro, vicino a Bologna.

New York. 25 settembre dello stesso anno, il Segretario di Stato americano Henry Kissinger, rivolgendosi a Moro con fare minaccioso: “Presidente, lei la deve finire di perseguire il suo piano politico cercando una larga intesa fra tutte le forze parlamentari. O la smette o la pagherà cara. Molto cara. Questo è un avvertimento ufficiale.” Dopo quel colloquio Moro fu colpito da un malore.

La strage dell’Italicus. Quella di Piazza della Loggia, di Piazza Fontana. La strage di Bologna compiuta la mattina di sabato 2 agosto del 1980 nella quale rimasero uccise 85 persone e 200 furono i feriti. Per tutti questi attentati dinamitardi, la magistratura italiana giunge alla stessa identica conclusione. L’esplosivo, la polvere pirica utilizzata non era in dotazione alle Forze Armate italiane, ma doveva necessariamente provenire da una forza di polizia sovranazionale non convenzionale. Qualche anno dopo avremmo scoperto che di trattava di un’organizzazione paramilitare conosciuta come Gladio in Italia, P26 in Svizzera, Stay Behind in Europa.

Ecco perché, quando il 16 marzo del 1978, in un agguato in via Fani a Roma, Aldo Moro viene sequestrato e i 5 uomini della sua scorta uccisi, quello non è solo un colpo inferto alla Repubblica italiana. L’affaire Moro ha fin da subito i contorni di una vicenda internazionale.  Un rapimento che si concluderà con il sacrificio dell’allora primo ministro e presidente della Democrazia Cristiana che, in un progetto di “Solidarietà Nazionale”, aveva portato al governo i mangiabambini comunisti.

Grazie a una commissione parlamentare istituita nel 2014, oggi sappiamo che in via Fani, il giorno del sequestro Moro, c’erano anche le Brigate Rosse. Con loro pezzi deviati dei servizi segreti. La Ndrangheta. La banda della Magliana. Qualcuno che parlava tedesco. Sappiamo che la verità sul Caso Moro, quella data successivamente in pasto alla stampa, fu a uso e consumo di quel che si poteva raccontare all’epoca in una nazione a sovranità limitata dove non bastarono né l’appello del Papa e neppure quello del Segretario generale delle Nazioni Unite a fermare la follia. A evitare l’epilogo, in via Caetani, dove in una Renault 4 fu fatto ritrovare il corpo senza vita di un martire della democrazia.

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