Ben venga il buonismo

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“Chi se ne frega se ci additeranno per cattivo gusto o se diranno che noi uomini (ma anche tante donne, crediamo) non possiamo capire cosa sia uno stupro: ma subirne uno in cambio di un miliardo di dollari (un-miliardo-di-dollari) come dire, se ne può perlomeno parlare”. Così scrive il giornalista italiano Filippo Facci.

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Che Filippo Facci con Alessandro Sallusti e Maurizio Belpietro sia il peggio che il giornalismo italiano di destra possa esprimere è noto. Ma definirlo solo di destra è riduttivo.

Ce lo spiega con grande precisione Giuseppe Saccarà su Globalist, quando disseziona Facci e ce lo mette sul tavolo aperto come un filetto d’acciuga.

Lo spunto? Lo stupro in Georgia di una ragazzina di 14 anni e un risarcimento, simbolico, visto che i colpevoli non li avranno mai quei soldi, di un miliardo di dollari (leggi qui). Per Facci si è passata la misura e attacca la vittima e la sua presunta ingordigia. Due sono i passi dell’editoriale particolarmente igniominiosi e miseri:

“ (…) Chi se ne frega se ci additeranno per cattivo gusto o se diranno che noi uomini (ma anche tante donne, crediamo) non possiamo capire cosa sia uno stupro: ma subirne uno in cambio di un miliardo di dollari (un-miliardo-di-dollari) come dire, se ne può perlomeno parlare (…)”

“ (…)Per quella cifra – a vent’anni – è lecito chiedersi quanti si farebbero derubare l’infanzia non una, ma anche due, tre volte. Siamo cinici? Può darsi, ma l’alternativa è vederla solo come una povera ventenne sfortunata per un brutto incidente avvenuto otto anni fa: e non possiamo farcela.”

Saccarà diventa suo antagonista onesto e pulito. Ci spiega lo squallido Facci-pensiero, che è figlio non solo di una destra malata e machista, ma anche di un ego smisurato e di una ricerca di protagonismo a tutti i costi. Scrive Saccarà, rispondendo all’articolo di Facci:

“ (…) Perché, signor Facci, per capire qualcosa non è necessario averla provata sulla propria pelle: questo suo mettere le mani avanti (piace tanto, ai peggiori critici della comune decenza, scusarsi in anticipo prima di affondare il coltello) tradisce in realtà un malcelato desiderio di far parlare di lei, della sua provocazione mascherata da coraggio di dire quello che pensa, quando quello che pensa, in tutta la sua atroce semplicità, è quanto segue: a risarcire le donne, e nel caso cui lei fa riferimento, le bambine (la ragazza della Georgia aveva 14 anni) vittime di stupro, finisce che poi ci si abituano e finiscano per lucrarci sopra. Perché le donne sono così, è cosa nota: gli dai un dito e si prendono tutto il braccio. (…)”

Li conosciamo, no? “non è per essere razzista ma…”, “io non sono omofobo ma…” il prefisso continuo per dare una pennellata di decenza a quello che seguirà dopo.

E allora, quello che sembra il coraggio delle proprie opinioni, attaccare i gay, le donne, le vittime, si mostra per tutto quello che è: e cioè, un modo mascherato per ammettere la propria crudeltà, un plauso al cinismo, un’ode all’aridità di pensiero. L’incapacità di capire cosa prova una vittima, un modo facile di sdoganare idiozie e cattiverie per fare notizia.

Conclude Saccarà:

“(…)Non è di soldi che stiamo parlando, ma di responsabilità: l’azienda è stata multata perché in 8 anni non ha mai chiesto scusa alla ragazza, stuprata da un suo dipendente, non si è mai interessata al suo destino, l’ha percepita, invece, come una scocciatura. Responsabilità: come la sua, signor Facci, che scrive un articolo che offende profondamente non solo chi, come scrive, è stato stuprato nella sua vita, ma anche chi, ad esempio, ha una madre, una sorella, una fidanzata o una figlia che sono state violentate, e anche chi, semplicemente, è ancora in grado di provare quell’umana empatia senza sentirsi, come dite voi? Un buonista. E se essere buonisti significa non scadere così in basso come ha fatto lei con il suo articolo, ben venga il buonismo, ben venga il politicamente corretto, se significa salvezza dall’imbarbarimento cui pensieri come questi ci stanno, ogni giorno di più, condannando.”

Chiudiamo con una frase di Hope, al termine del processo:

“Non e’ solo un miliardo, questo numero su un foglio di carta e’ tutto il mio caso e la mia vita”.

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