Combatteva l’ISIS: a processo

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E alla fine, il sergente nella sabbia è andato a processo.

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E alla fine, il sergente nella sabbia è andato a processo. Avevamo già scritto tempo fa del sergente Cosar, svizzero, di origini siriane che si era recato in Siria a combattere l’ISIS.

E avevamo evidenziato in fondo l’ipocrisia di un sistema che ti insegna a uccidere per una guerra (come l’esercito svizzero), ma poi ti impedisce di andare a difendere i tuoi a casa perché diventi un mercenario.

Scrivevamo 3 anni fa, quando i fatti erano venuti alla luce (leggi qui):

“ (…)Lui ci dice che ha la coscienza a posto, non è un mercenario. Combatte per difendere donne e bambini dalla barbarie. In fondo è un soldato e fa quello che i soldati sono addestrati a fare, senza ipocrisia: ammazza e insegna agli altri ad ammazzare, perché un lavoro o lo fai bene o non lo fai. E l’esercito svizzero insegna bene.”

Oggi, come scrivono i media, Cosar è a processo. Ha violato le leggi svizzere, ha, secondo l’accusa, anche un po’ ridicola al giorno d’oggi “indebolito la forza difensiva del Paese”. L’ha indebolita perché nelle milizie cristiano-siriache ha difeso i civili dagli ammazzasette dell’ISIS, perché qui non si scappa, non è una guerra di conquista, qui è sopravvivenza. Difendi i tuoi parenti, gli amici, le donne e i bambini.

E allora viviamo in un mondo dove si plaude alle sconfitte dello Stato Islamico e si condanna chi difende casa propria. Capiamo le leggi, ma a volte, ci troviamo di fronte a paradossi che lasciano lì, sfiduciati e tristi.

Perché Cosar molto probabilmente sarà condannato.

E noi, in tutta fede, non possiamo che parteggiare per lui, per quel che serve.

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