Giornalisti assolti: oggi il Caffè è più dolce

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La ridicola accusa che vedeva imputati quattro giornalisti del domenicale il Caffè, su denuncia della clinica Sant’Anna, accusa montata e assecondata dal procuratore Perugini, vede nel suo epilogo, a opera del giudice Siro Quadri, un’assoluzione.

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Siamo felici di sentire dalla bocca di un giudice quello che abbiamo sempre sostenuto, e che hanno sostenuto i giornalisti del Caffè e moltissimi loro colleghi nei mesi passati:

La stampa deve essere il cane da guardia della democrazia.

La ridicola accusa che vedeva imputati quattro giornalisti del domenicale il Caffè, su denuncia della clinica Sant’Anna, accusa montata e assecondata dal procuratore Perugini, vede nel suo epilogo, a opera del giudice Siro Quadri, un’assoluzione.

Ma ricordiamo i fatti.

Il Caffè aveva avviato un’inchiesta sull’errore medico del dottor Piercarlo Rey che aveva amputato per errore il seno a una paziente e sul successivo accordo fra vittima, medico e struttura. La clinica denunciò direttore, vice-direttore e giornalisti del Caffè non solo per la “classica” diffamazione, negando il proprio coinvolgimento nell’accordo, ma anche per concorrenza sleale. ll tutto, precisiamolo, senza che al Caffè la stessa clinica imputi: “né errori né imprecisioni su quanto pubblicato”. 

Cioè, il Caffè aveva detto la verità, ma secondo la strampalata accusa della clinica sostenuta dal procuratore Perugini, ci sarebbe stata concorrenza sleale perché il nosocomio privato avrebbe avuto pregiudizio commerciale a seguito dagli articoli del Caffè. Un puro delirio.

Ragionando così nessun giornalista potrebbe mai fare un’inchiesta perché quest’ultima potrebbe danneggiare l’azienda o la struttura sotto accusa.

Oggi questa farsa vede, almeno in parte, visto che la clinica potrebbe ricorrere, la sua fine.

Il direttore, il vice direttore e i giornalisti del domenicale, sono scagionati sia dal reato di diffamazione che da quello di concorrenza sleale. Un applauso nella sala ha sugellato la sentenza, a dimostrazione di quanto fosse sentita la questione soprattutto nell’ambiente dei media. Scriveva tempo fa su GAS, il direttore Lillo Alaimo:

L’autocensura porta inevitabilmente ad essere… deboli con i forti. Specialmente quando il potere usa l’arma dell’intimidazione. L’unica disponibile contro la stampa non disposta a barattare quella ricerca che è l’essenza del giornalismo. Vale a dire illuminare, per comprendere appieno, ogni vicenda ed ogni sua sfaccettatura che logiche di parte vogliono mantenere in ombra.

Oggi la luce sembra avere trionfato, dissipando le brutte ombre che, anche a livello legale, avevano coperto questo caso. Oggi il Ticino è un po’ più libero e la stampa, quella seria di inchiesta, ha un suo modo di ribadire che i poteri forti vanno tenuti al guinzaglio, e l’unico modo di farlo è smascherare le porcherie di questo Cantone senza tema di essere accusati da un procuratore.

Terminiamo sempre con le parole del direttore del Caffè, che in un’opinione sul nostro portale scriveva:

“In quasi vent’anni di vita il Caffè ha cercato di mantenere questa rotta. Dal Ticinogate al Fiscogate, dagli scandali del Casinò di Lugano e di BancaStato sino a quello del vice primario di chirurgia dell’ospedale di Locarno. Per arrivare oggi alle vicende della clinica Sant’Anna.

Quando ci sono state, e ci sono state, la testata ha saputo respingere ogni pressione. E lo ha potuto e saputo fare perché l’autocensura, tenuta fuori dalla porta, non ha mai mutato il DNA professionale della redazione.”

 

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