Il monito antifascista della Albright

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Un segnale d’allarme, quello di Madeleine Albright, che si somma a quello di molti altri. Il fascismo non è necessariamente quello in orbace e col manganello. Esso è più insidioso e nascosto e si insinua nel nostro vivere lentamente come un veleno

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“ Temo un ritorno al clima internazionale che ha prevalso negli anni Venti e Trenta, quando gli Stati Uniti si erano ritirati dalla scena internazionale e gli altri Paesi perseguivano unicamente i propri interessi, senza preoccuparsi delle problematiche più vaste.

Sottolineando che ogni epoca ha il suo fascismo, lo scrittore italiano Primo Levi, anch’egli un sopravvissuto dell’Olocausto, riteneva che il momento critico può essere raggiunto “non solo con il terrore e l’intimidazione autoritaria, ma anche distorcendo le informazioni, intaccando il funzionamento della giustizia, paralizzando il sistema scolastico e diffondendo sottilmente un profumo di nostalgia per un’epoca in cui regnava l’ordine”.”

A scrivere non è un’antifascista riconosciuto, o un attivista di sinistra. Queste sono le parole insospettabili che Madeleine Albright scrive nel suo recente libro: “Fascismo, un avverimento”.

Un libro che, scritto da una donna che ha calcato le scene dell’establishment per anni, ha un peso greve.

Madeleine Aldbright, già docente di diritto internazionale alla Georgetown University, ambasciatrice per le Nazioni Unite e Segretario di Stato sotto la legislatura di Bill Clinton non è una sprovveduta, ed è tutt’ora una delle personalità più rispettate in merito alle tematiche di politica estera.

La sua analisi delle dittature degli anni ’30 e di derive autoritarie odierne, mira a rendere attenti gli Statunitensi al proprio presidente.

Nel libro della Albright, Trump non viene dipinto come un dittatore, ma vengono messi sotto analisi i suoi metodi e le sue politiche che, oggettivamente, sono la summa di un pensiero autoritario e prevaricatore che usa spesso la disinformazione come arma principale, le famose verità alternative. Prosegue la Albright:

“ Se Levi aveva ragione (e io ritengo che l’avesse) abbiamo motivo di essere preoccupati per l’insieme di correnti politiche e sociali che emergono nella nostra epoca, correnti aiutate dalle caratteristiche più sinistre della rivoluzione tecnologica, dagli effetti corrosivi del potere, dalla mancanza del rispetto per la verità da parte del presidente degli Stati Uniti e dalla generale accettazione nello spettro del normale e accettabile dibattito pubblico di insulti disumanizzanti, islamofobi e antisemiti.
Non ci siamo ancora arrivati, ma tutto questo somiglia a un segnale d’allarme che ci avverte che la nostra strada si avvicina a un epoca in cui il fascismo ha saputo prosperare e le tragedie individuali si sono moltiplicate per milioni di volte.”

Un segnale d’allarme, quello di Madeleine Albright, che si somma a quello di molti altri. Il fascismo non è necessariamente quello in orbace e col manganello. Esso è più insidioso e nascosto e si insinua nel nostro vivere lentamente come un veleno. E la Albright, scappata da bambina dalla Cecoslovacchia invasa dai nazisti, lo sa bene.

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