La parabola del fenicottero rosa tratta dal Vangelo secondo Oppy

Impazza la moda dei flamingo rosa e noi, piccoli uomini, discepoli di effimere mode ci caschiamo come pere mature e non perdiamo occasione per buttarci a capofitto alla ricerca dell’anima perduta e di quel qualcosa che ci renda la vita più leggera.

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Impazza la moda dei flamingo rosa e noi, piccoli uomini, discepoli di effimere mode ci caschiamo come pere mature e non perdiamo occasione per buttarci a capofitto alla ricerca dell’anima perduta e di quel qualcosa che ci renda la vita più leggera.

L’ultima provocazione ci vien fatta da Oppy De Bernardo e vedeva una Piazza Grande, il cui grembo ospita solitamente altre manifestazioni, gremita da fenicotteri rosa, unitamente a tartarughe, paperelle, coniglietti e angurie, tutte venute a salvarci dal turbinio dei vortici della vita e dal naufragio da noi stessi.

Ma chi di loro si fa notare per l’innata eleganza, il delicato colore, l’eterea gracilità e spicca in piazza sovrastando tutto e tutti? Il famigerato fenicottero rosa, che in questo momento spopola in ogni dove, in tutte le versioni e in qualsiasi materiale.

Una specie di idiosincrasia sociale. Tutti di corsa ad accaparrarsi l’uccello rosa, altrimenti vieni tacciato da disadattato.

Oppy ha capito tutto ciò, ha sentito l’urgenza delle anime alla deriva mescolata all’esodo dei migranti e alle tragedie dei naufraghi in mare; ha preso tutti gli ingredienti, mixato un po’, shakerato alla bell’e meglio e servito in coppe di champagne, il tutto nell’elegante cornice di un esclusivo salotto sulle sponda del lago.

Già ci eravamo abituati all’idea, preparato il fornello da campeggio, le coperte termiche e i cibi liofilizzati per intraprendere il lungo viaggio nella nostra anima, un po’ come partire per il cammino di Santiago, che, all’ultima ora, eccoci depredati del bene in cui confidavamo per mettere al sicuro la nostra esistenza. Orde selvagge di barbari indigeni e non, hanno depredato i nostri deliziosi salvagenti a forma di fenicottero rosa che con il loro suadente e lungo collo, ammiccavano e ci dicevano:  “vieni, gettati nei gorghi della vita, buttati nei mari della discordia, affronta la palude delle sabbie mobili, ci siamo noi, i tuoi fenicotteri venuti a portarti in salvo, e se non saremo al tuo fianco, cazzi tuoi!”

Era ormai diventata una questione di vita o di morte vedere i fenicotteri rosa, che con la loro maestosa presenza costituivano un’importante svolta spirituale. Così come discepoli di Dio, gli adepti alla setta degli uccelli palustri, hanno sfidato intemperie, varcato montagne e scalato pendii scoscesi per raggiungere la ridente cittadina adagiata sulle sponde del Verbano, assurta a culla spirituale e luogo promosso a redimere la nostra anima.

Per questa ragione una moltitudine di pellegrini perdutisi in chissà quale oscuro anfratto e venuti da chissà dove, approdarono a Locarno a vedere la magnificenza del nuovo luogo di culto.

Tre giorni dopo i visitatori dovettero desistere, poiché i fenicotteri e tutti i loro compagni di viaggio non c’erano più in Piazza Grande. Li trovavi in qualche viuzza di Città Vecchia, afflosciati in qualche angolo oscuro e se nel bailamme e nel marasma cosmico non sei riuscito a recuperarne neanche uno sgonfio, piangerai lacrime amare.

Se invece hai avuto la fortuna di prendertene uno e se hai il coraggio di esibirlo come salvagente, pur sapendo che si tratta di una delle tante vittime di Piazza Grande, beh, allora sei un traditore!

Come vedete i fenicotteri non ci hanno salvato né in un modo e neanche nell’altro.

Cerchiamo quindi di restare a galla come abbiamo sempre fatto, abbracciamo il nostro cigno e fottiamocene delle mode.

Finisce così un sogno, la speranza di una vita aperta ad altri mondi, ci ritroviamo di nuovo qui chiusi in noi stessi, prostrati dal dolore, attendendo orde di turisti, senza più alcuna possibilità di redenzione, in attesa di un Christo di passaggio che venga ad incartarci, pronti per essere spediti in un’altra galassia. Finisce cosi un sogno. Andò vai se il flamingo rosa non ce l’hai…

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