La realtà e i sogni di Trump

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E se Trump avesse ragione perlomeno su un aspetto? Già da un punto di vista statistico la cosa è possibile: se spari panzane a caso – e lui lo fa anche diverse volte al giorno – è probabile che ogni tanto una sia vera. Quella vera (perlomeno parzialmente) potrebbe essere la storia dei dazi doganali. Vediamo di ragionarci un pochino. Dagli anni ’70, prima con il Wto e poi con l’Omc, si è perseguito l’obiettivo di una liberalizzazione degli scambi commerciali, con l’idea – dell’economista Davis Ricardo – che se i commerci sono liberi i singoli paesi si specializzano in quello che sanno fare meglio, con vantaggi per l’intera economia. In verità ci si è avvicinati a qualche cosa di simile, ma solo avvicinati.

Che cosa è successo nella realtà? Alcuni settori hanno continuato ad essere protetti soprattutto nei paesi industrializzati, come l’agricoltura, il mercato del lavoro, diversi servizi. L’esempio del cotone è interessante: i produttori americani sono ampiamente sovvenzionati dal governo con il risultato che il loro prodotto sul mercato internazionale è meno caro di quello dei produttori africani che invece di aiuti non ne ricevono.

Altri invece sono stati effettivamente liberalizzati. Prendiamo il caso del settore industriale. Soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna, hanno perseguito una politica di delocalizzazione e di liberalizzazione, che ha portato a una consistente riduzione dell’occupazione e dei salari indigeni a vantaggio di paesi di nuova industrializzazione, come Brasile, Messico, i paesi dell’est europeo, Cina e Corea del Sud. Solo Giappone e Germania (e pochi altri tra i quali la Svizzera) hanno continuato a puntare sul settore industriale ed in particolare quello automobilistico. Nel frattempo, la Cina è pure diventata la “fabbrica del mondo” dapprima con prodotti a basso valore aggiunto e poi sempre più competitivi anche dal punto di vista tecnologico.

Il risultato è stato un aumento degli squilibri commerciali, con un numero ristretto di paesi con una bilancia commerciale in surplus e gli altri in perenne deficit, in particolare gli Usa. Ora è chiaro che non è possibile vivere di prodotti finanziari (Inghilterra) e di tecnologie informatiche (Usa) e che se gli spaghetti, le moto, le auto, i mobili, le lavatrici, non li produci li devi importare. E se non sei in grado di esportare qualche cosa per un ammontare equivalente i conti non tornano.

Quindi Trump ha ragione a introdurre dazi doganali per equilibrare la bilancia commerciale Usa? Non proprio. In primo luogo, perché a farne le spese sono gli stessi consumatori americani o perlomeno quella quota importante della popolazione che ha visto il proprio salario reale stagnare negli ultimi trent’anni e che ha potuto “salvarsi” grazie ai prodotti a basso costo importati. Ad esempio, Walmart – la grande catena di distribuzione Usa – importa dalla Cina per oltre 50 miliardi di dollari l’anno, il che equivale a circa il 15% della bilancia commerciale (negativa) degli Usa. Tornare a produrre questi beni negli Usa, comporterebbe la creazione di 400’000 posti di lavoro (nel caso evidentemente di non più importare nulla (stima dell’Economic Policy Institute) ma significherebbe anche un sensibile aumento dei prezzi, che un numero importante di americani non potrebbe permettersi.

Ma che la strategia (farneticante) di Trump non funziona lo possiamo evincere dal caso della cinese Zte, che ha rischiato il fallimento punita per aver violato le sanzioni Usa contro l’Iran e Corea del Nord. Ebbene Trump ha appena dichiarato di voler salvare l’azienda che produce apparecchi per le telecomunicazioni, ufficialmente per motivi politici, ma la cosa è sospetta. Le difficoltà di Zte sono dovute al divieto di aziende americane di fornirle componenti, ma è verosimile che il percorso fosse anche inverso e che quindi il suo fallimento avrebbe avuto conseguenze anche per le aziende e il mercato Usa. La realtà è che oggi il mercato mondiale, pur con tutte le incongruenze immaginabili, è interconnesso e tornare indietro (in particolare con decisioni unilaterali) è molto rischioso. Inoltre, c’è un altro elemento che Trump sembra aver sottovalutato: i cinesi sono i principali finanziatori del debito pubblico americano (1’168 miliardi a gennio di quest’anno) il che rappresenta una bella sommetta da mettere sul piatto delle contrattazioni (e della ambizioni trumpiane).

Che una maggior protezione del mercato nazionale sia un’idea che si dovrebbe considerare, non è così assurda. Ad esempio, senza protezione il mercato agricolo svizzero subirebbe conseguenze disastrose, ma il tema non può essere affrontato unilateralmente e dovrebbe essere studiato ed approfondito, bilanciando quelli che sono i reali vantaggi del mercato globale e quelli che invece dovrebbero essere i vantaggi locali, anche – e soprattutto – per i Paesi più poveri.

 

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