Le bici rubate e i lucchetti di Google 

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Nel paradiso del tecno-liberalismo, abitato da nerd in infradito che cambiano il mondo da dietro una tastiera, nella sede della più potente multinazionale del web – Google – scompaiono dalle 100 alle 250 biciclette alla settimana. Mountain View è il centro di questa “guerra” su due ruote che all’ideologia della sharing economy – l’economia virtuale della condivisione – contrappone un po’ di reale riappropriazione.

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Nella Silicon Valley le biciclette vanno a ruba. Anzi, si rubano proprio.

Nel paradiso del tecno-liberalismo, abitato da nerd in infradito che cambiano il mondo da dietro una tastiera, nella sede della più potente multinazionale del web – Google – scompaiono dalle 100 alle 250 biciclette alla settimana.

Mountain View è il centro di questa “guerra” su due ruote che all’ideologia della sharing economy – l’economia virtuale della condivisione – contrappone un po’ di reale riappropriazione.

Le Gbikes, le colorate biciclette usate dai dipendenti di Google per spostarsi da un edificio all’altro sono più di mille e dopo l’impennata di furti sono state dotate di Gps. In questo modo è stato possibile rintracciare numerose biciclette scomparse anche in Messico, Alaska e perfino nel deserto del Nevada.

Un conflitto tra utopia tecnofila e realtà del reale che può far sorridere, ma che è metafora di un conflitto molto più vasto in atto, che sta cambiando il nostro mondo senza che ce ne rendiamo conto, e non per il meglio.

Il modo di risolvere il problema del furto delle bici da parte di Google risponde alla mentalità tipica dei tecno-utopisti della Silicon Valley: il “soluzionismo”, termine coniato da Evgenij Morozov, sociologo bielorusso, uno dei più feroci critici della ideologia cyber-ottimista

“I problemi sociali, politici, economici – spiega Morozov – devono essere affrontati secondo gli ideologi del digitale tramite app, sensori, feedback, il tutto fornito da start up“.

La mediazione della politica, dei cittadini che scelgono attraverso i meccanismi della democrazia e la presenza di uno Stato che elabora risposte articolate a problemi complessi, in quest’ottica diventano soltanto degli ostacoli all’azione rapida e “neutra” della tecnologia.

Ecco allora perché – secondo Morozov – bisogna “odiare la Silicon Valley”: l’ideologia di Google, Facebook, Uber, Airbnb è l’altra faccia della medaglia dell’ultraliberismo che ci precarizza e impoverisce.

La Silicon Valley, a poco a poco, ci toglierà il diritto di decidere, con la scusa di lasciarci sfogare a volontà su Facebook.

Ma il “soluzionismo” nel caso della Gbikes non ha funzionato: la geolocalizzazione non ha permesso di identificare i responsabili dei furti.

Per questo Google ha deciso di creare un’app su smartphone che permetterà di sbloccare i lucchetti delle sue bici.

È forse questo il futuro che ci aspetta? Lucchetti digitali ovunque, controllati dalle benevole multinazionali della sharing economy?

Il chief economist di Google, Hal Varian, è conosciuto tra l’altro per aver dato vita alla legge che porta il suo nome e che recita così: “Per predire il futuro non dobbiamo fare altro che guardare a ciò che i ricchi hanno già, e supporre che le classi medie avranno le stesse cose entro i prossimi cinque anni e quelle più povere entro i prossimi dieci”.

Qualcuno ha deciso di non aspettare tanto e ora sta pedalando verso il confine del Messico, fischiettando allegramente un corrido in onore di Emiliano Zapata: “El oro, no vale nada si no hay alimentación”.

 

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