Perché non lo facciamo anche in Ticino?

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Una legge italiana vecchia di trenta anni promuove il rilevamento da parte dei lavoratori di una ditta in fallimento. Perché il nostro parlamento non lavora in questa direzione?

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146 anni di storia s’incuneano tra i blocchi di carta riciclata ammassati nel piazzale della cartiera Pirinoli di Roccavione, adagiata nel Cuneese, in quel Piemonte laborioso e una volta ricco, che oggi risente dolorosamente della crisi. È una storia italiana ma potrebbe anche essere svizzera. La storia di un’antica azienda che per scelte sbagliate e debiti finisce, come la carta straccia, al macero.

Quella della Pirinoli è la storia degli operai che, al fallimento della loro cartiera decidono di rilevarla come cooperativa. Iniziative di questo genere ultimamente sono più frequenti e spesso coronate da successo. Bisogna per assurdo ringraziare un politico democristiano, Giovanni Marcora, morto nel 1983. Quell’ex partigiano di matrice cattolica varò una legge che non vide applicata perché fu ratificata solo due anni dopo la sua morte. La legge Marcora, favorisce il recupero d’imprese in fallimento da parte dei lavoratori, e lo fa con un credito finanziato dal governo.

In trent’anni e con solo 200 milioni di euro, questo fondo ha permesso a 370 imprese di essere recuperate e a quattordicimila persone di conservare il proprio lavoro.

Quattrodicimila famiglie, che invece di prendere sussidi a fondo perso, costruiscono, fanno impresa, tengono vivo il tessuto sociale e commerciale.

I modi di uscire dal tunnel in fondo ci sono, le idee anche e non sono idee di oggi, la legge Marcora ha più di 30 anni e dovrebbe essere d’esempio anche in Ticino, dove invece l’unico sistema per aiutare l’economia sembrano gli sgravi fiscali.

Anche da noi assistiamo, in questi anni, a troppi licenziamenti, troppi fallimenti e troppa gente che rimane con un pugno di mosche in mano.

Alla Pirinoli hanno fatto fatica, si sono decurtati (tutti, anche il direttore) lo stipendio del 20%, fanno più turni e straordinari, ma sono padroni del loro destino. Oggi, a tre anni dall’inizio di questa avventura si vede un po’ di luce.

Da gennaio gli straordinari vengono pagati di più e a breve saranno reintegrati gli stipendi pieni. Settanta persone sono padrone dell’azienda, settanta persone decidono mensilmente, in assemblea, cosa fare e cosa no. Settanta persone hanno preferito rimmboccarsi le maniche, coscienti che trovare lavoro la fuori è quasi impossibile. Loro un lavoro ce l’hanno. Loro sono stati coraggiosi artefici, anche grazie a una legge statale lungimirante, del proprio destino.

Ogni tanto dalla Fallitalia possiamo imparare, o no?

 

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