Un’Italia un po’ più Svizzera

Prima lo aveva dichiarato in un’intervista rilasciata a Newsweek, poi lo ha ribadito sul suo blog. Il pallino di Beppe Grillo è “il modello svizzero di democrazia diretta”.

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Prima lo aveva dichiarato in un’intervista rilasciata a Newsweek, poi lo ha ribadito sul suo blog. Il pallino di Beppe Grillo è “il modello svizzero di democrazia diretta”. Un po’ come il federalismo lo fu per l’Umberto. Ve lo ricordate il senatur in canottiera? Fondatore della Lega Nord che dichiarò apertamente di aver scopiazzato e preso esempio dal partito gemello dell’amico Nano Bignasca?

Ecco. Nel giorno i cui il matrimonio fra Lega e Cinque Stelle verrà probabilmente ufficializzato, dando ai cittadini italiani l’ennesimo governo pastrocchio, le parole espresse dal fondatore del Movimento Cinque Stelle risuonano nell’aere – e ovviamente sul suo blog – come un monito. Come un tormentone da vaffa. La Svizzera. La svizzera e il suo sistema politico, da adottare al volo. A occhi chiusi. Smettendola di fare della governabilità l’unica questione prioritaria.

“Dov’è la governabilità? – tuona il comico genovese – In Svizzera? È governabile la Svizzera? È governata la Svizzera? C’è un governo, ci sono i cittadini che decidono con un referendum alla settimana sui progetti, su che cosa fare, se fare un buco al San Gottardo, aumentarsi o diminuire le tasse, abolire o non abolire il canone della televisione, sono i cittadini, quella è la governabilità dei cittadini.”

Del resto l’asfissiante confronto con gli elettori pentastellati avviene regolarmente proprio attraverso il confronto via web, sulla piattaforma creata appositamente per le consultazioni. Per Grillo e compagnucci altro non è che la riproposizione del modello elvetico di referendum. Uno strumento che il vate invoca ad alta voce, a braccetto con l’idea di un “referendum consultivo sull’euro” che ipotizza l’introduzione di due monete diverse, una per il nord e un’altra per il sud dell’Europa. Una proposta in parte presente nel contratto di governo stipulato con la Lega.

È un po’ come se da noi qualcuno avesse proposto due, tre o quattro franchi diversi a dipendenza, per esempio, della regione linguistica. Una follia che neppure i nostri politici più scellerati, demagoghi e antisistema si sono mai azzardati a proporre, consci che una proposta simile avrebbe significato la fine della Svizzera. Eppure, proprio nella bozza dell’accordo giallo-verde, si poteva leggere che: “bisogna introdurre procedure che consentano agli Stati membri di recedere dall’Unione monetaria nel caso in cui ci sia una chiara volontà popolare”.

In conclusione il dubbio è davvero quello di trovarsi di fronte a una banda di pappagallini ammaestrati con istinti kamikaze, dove – giusto per dirne un’altra – perfino il buon Matteo Salvini, il “prima i nostri”, l’ha abbellito in un più efficace “prima gli Italiani”. Un’Italia che a furia di lifting e iniezioni di botulino è passata dal patto al contratto. Da Berlusconi a Grillo. Per “un governo di speranza, crescita e futuro” così come puntualizza il leader leghista che, proprio come Luigi di Maio, aveva promesso l’assenza di ministri “tecnici” dal governo salvo poi proporne uno, Giuseppe Conte, come premier. Perché dalle fantasie alla realpolitik il trauma è garantito, tanto quanto la governabilità.

 

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