Aquile e avvoltoi

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Cosa voglia dire questa per certi versi dolorosa multiculturalità della Svizzera lo ha capito il capitano Lichsteiner unendosi al gesto dei compagni kosovari. Perchè vuol dire  “Voi siete dei nostri, fate parte di noi, io vi riconosco”. Chiudere un cerchio, riconoscere che quelle guerre, quel vissuto di quelle persone, doloroso e tragico a volte, appartengono, eccome se appartengono, a tutti noi. 

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Volevamo chiudere con la polemica sull’esultanza nazionalista di Xhaka e Shaqiri dopo aver sbaragliato la Serbia, avendo portato le ragioni dei sostenitori (leggi qui) e dei contrari (leggi qui). Volevamo concludere che, se dal lato della giustizia sportiva non c’è molto da discutere sull’inopportunità del gesto, dal lato umano esso è ampiamente comprensibile considerato il clima di provocazione in cui si è svolto l’incontro e il vissuto dei giocatori balcanici della Nati.

Ma dovevamo aspettarci che, opportunista come un avvoltoio, rapido come un falco, sulla vicenda planasse Lorenzo Quadri dalle colonne del Mattino della Domenica. Quale migliore occasione per cavalcare l’onda delle polemiche e continuare a fomentare la fiammella del dubbio minaccioso, arguendo sul fatto (presunto se non inventato) che, se fanno il gesto dell’aquila bicipite, Xhaka e Shaqiri non si sentano svizzeri?

Eppure lo scritto di Quadri poteva essere anche un minimo condivisibile, allorchè sostiene che rappresentare la Svizzera a livello calcistico comporta anche degli obblighi e dei doveri. E va bene, è giustissimo. Ma c’è un punto contraddittorio: “La nostra nazionale non va tirata in ballo in conflitti tra popoli balcanici, che non le appartengono, non appartengono alla Svizzera e nemmeno le devono appartenere”. Orbene, può anche andare bene l’idea di non fomentare odi atavici. Ma allora, non va usata la scusa della Nati neanche per istigare all’odio razziale e inneggiare alla purezza elvetica: già dimenticato il “Troppi neri in Nazionale” del suo predecessore Giuliano Bignasca nel 2007?

Ed è altresì troppo facile mettere la testa sotto la sabbia, e dire che quei conflitti non appartengono alla Svizzera: la Nazionale, di quelle guerre e delle loro conseguenze in termini di rifugiati, è lo specchio.  Dai kosovari Xhaka e Shaqiri e gli altri, ai croati e bosniaci Seferovic  e Drmic, al curdo Derdiyok, il sanguinoso epilogo del Novecento è il prologo di quella che poi è diventata oggi la Nati. Qui non stiamo parlando degli oriundi sudamericani naturalizzati italiani a forza di ricerche genealogiche, in virtù di un nonno di Avellino o di Caltanissetta, gente che con l’Italia a livello personale non ha, diciamolo, alcun legame. E cosa voglia dire questa per certi versi dolorosa multiculturalità della Svizzera lo ha capito anche il capitano Lichsteiner unendosi al gesto dei compagni kosovari, pur sapendo, probabilmente, di rischiare una squalifica per questo. Perchè vuol dire  “Voi siete dei nostri, fate parte di noi, io vi riconosco”. Chiudere un cerchio, riconoscere che quelle guerre, quel vissuto di quelle persone, doloroso e tragico a volte, appartengono, eccome se appartengono, a tutti noi.

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