Calcio e politica: quando la Svizzera non è più neutrale

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Per una volta la prudente moderazione di cui il nostro Paese è sempre stato l’alfiere in campo internazionale è stata travolta dalle passioni sopite dei conflitti che hanno insanguinato l’Europa e che sono emerse in una competizione sportiva, per bocca (e corpo) di figli di immigrati giunti in Svizzera in fuga dai loro Paesi.

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Le scarpette binazionali di Shaqiri; il gesto dell’aquila bicipite della bandiera albanese esibito in campo; l’orgoglio per la propria origine kosovara: la partita Svizzera-Serbia ha fatto emergere una grande passione politica e insieme le mai sopite rivalità balcaniche, ancora vive sotto la cenere dei conflitti che hanno messo le une contro le altre le repubbliche della ex-Yugoslavia.

Secondo molti commentatori la sfida è stata una delle più belle viste finora ai Mondiali, con le squadre proiettate in avanti alla ricerca del goal abbandonando calcoli e catenacci, con i giocatori in preda a un agonismo trascinante. Ma non è che questo splendido spettacolo sportivo sia stato il risultato proprio della passione politica, che si è manifestata con tutta la sua forza nel gioco?

Quello che è certo è che non tutti in Svizzera la pensano così: su internet, sui social, la polemica infuria tra i tifosi della “Nati”, e i commenti rabbiosi per la politicizzazione della partita sono moltissimi:

“Sette su 11 non cantano l’inno. C’è chi si mette la scarpa con la bandiera del Kosovo. Dopo il gol c’è chi fa il segno dell’aquila della bandiera albanese. E voi vi entusiasmate per questa Nazionale svizzera? Ma fatemi il piacere…”

Oppure:

“Hanno portato a casa il risultato sbagliando molto. Certo che potrebbero anche smetterla con ‘sti gesti. A me danno un certo fastidio, o accetti la Nazionale svizzera o vai a giocare altrove”.

Il sospetto che si manifesta in commenti come questi è che la dedizione di Shaqiri, Xhaka e compagni alla Svizzera non sia totale, che il loro rivendicare le loro origini sia insomma una forma di tradimento. E di ipocrisia: “Se ama così tanto il Kosovo – aveva dichiarato il giocatore serbo Aleksandar Mitrovic rivolto a Shaqiri – perchè non gioca in quella nazionale?”.

I giocatori svizzeri di origine kosovara hanno sempre manifestato pubblicamente l’attaccamento alle loro origini e hanno sostenuto la nascita di una squadra nazionale indipendente del Kosovo, finalmente riconosciuta nel 2016. Lo stesso Shaqiri aveva dichiarato di prendere in considerazione la possibilità di giocarvi, ma è stata la FIFA a impedirlo, stabilendo che un giocatore che avesse già partecipato a tornei internazionali con una squadra nazionale non potesse optare per un’altra.

Alla partita Shaqiri, Xhaka, Behrami e Dzemaili (originario di una cittadina macedone a maggioranza albanese al confine con il Kosovo) sono arrivati in un clima di grande tensione, attaccati dalla stampa serba e pronti a subire i fischi dei tifosi russi, uniti a quelli serbi da un legame ideologico poco raccomandabile che affonda le sue radici nella storia.

In seguito alla partita tra Costa Rica e Serbia, vinta da quest’ultima, il ministro degli esteri serbo, Ivica Dacic, faceva notare come il piccolo Paese centroamericano fosse stato il primo a riconoscere nel 2008 la autoproclamata repubblica del Kosovo e che quindi la vittoria serba era “una piccola, dolce vendetta”.

Durante quella partita i tifosi serbi avevano spiegato la bandiera di un movimento nazionalista paramilitare, comportamento punito dalla FIFA con una multa di 10.000 dollari inflitta alla nazionale serba.

Anche su Twitter qualcuno tirava in ballo la “vendetta”:

“Se la leggenda vuole che la guerra nei balcani scoppiò in una partita di calcio (Dinamo Zagabria – Stella Rossa di Belgrado), stasera il kosovaro Xhaka chiude il cerchio, vendicando il padre prigioniero politico, con un gol alla Serbia (con la maglia neutrale della Svizzera)”.

Eh, già: e la neutrale Svizzera? Per una volta la prudente moderazione di cui il nostro Paese è sempre stato l’alfiere in campo internazionale è stata travolta dalle passioni sopite dei conflitti che hanno insanguinato l’Europa e che sono emerse in una competizione sportiva, per bocca (e corpo) di figli di immigrati giunti in Svizzera in fuga dai loro Paesi.

Lo sport, dal “panem et circenses” romano alle vittorie di Jesse Owens alle Olimpiadi hitleriane passando per il pugno guantato di nero di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968,  è sempre stato legato a doppio filo alla politica e in alcuni casi è stato anche un palcoscenico globale dove le minoranze oppresse hanno potuto lanciare i loro messaggi. Tanto più efficaci in quanto lo sport è sempre stato uno dei luoghi di espressione delle classi popolari. In questo caso a prendere la parola è stata una parte da sempre negata del nostro Paese: gli immigrati, quelli a cui la Svizzera ha sempre impedito di esprimere opinioni politiche e che hanno trovato la strada dello sport per esprimere se stessi e trovare – difficoltosamente – un posto nella società.

E allora questo gesto – in fondo un po’ ingenuo – dell’aquila bicipite prendiamolo così: come il segno di una minoranza – gli immigrati – che non ha più paura di rivendicare le proprie origini in una Svizzera sempre più multietnica. Che aveva bisogno di questa gente venuta da lontano non solo per sostenere la propria economia ma anche per cominciare a giocare seriamente al calcio ed essere un po’ più appassionata e meno ipocritamente neutrale.

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