Da Ghiggia a Shaqiri, quando i “secondos” fanno grande un Paese

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Dai “ticinesi” degli Uruguay del 1950, alla Svizzera “balcanica” e il Belgio multietnico, la storia del calcio ha visto spesso protagonisti giocatori in campo per il Paese di adozione.

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Le migrazioni sono ormai parte integrante e imprescindibile della nostra società, e il concetto di cittadinanza e di Patria fondato su ragioni etniche, il cosiddetto Ius Sanguinis, appare sempre più superato in nome di una visione più ampia, in cui ha una parte fondamentale e nuova l’attaccamento per il Paese che ospita la persona e ne diventa la nuova Patria. Una questione sempre più soggettiva e sempre meno riducibile ai meri concetti di “sangue” e “tradizione”. E il calcio, e lo sport in generale, è lo specchio del mondo che ci circonda e dei suoi mutamenti, spesso inarrestabili. Dalla Svizzera a trazione balcanica, alla Germania “giovane turca” passando per l’incredibile e vincente mosaico etnico del Belgio, le Nazionali ai Mondiali rappresentano sempre più un Paese piuttosto che una Nazione, una realtà politica e di diritto piuttosto che etnica e di “sangue”. E se dalle nostre parti c’è ancora qualche voce che continua, passatemi il termine, a martellarci i coglioni con la storia degli “svizzeri di carta” e a trovare qualsiasi pretesto per gridare al tradimento e inneggiare alla purezza elvetica, altrove il problema non si pone nemmeno. Perchè un discorso è procurare un passaporto per pura convenienza al tale calciatore sudamericano andando a spulciare le anagrafi per trovare un nonno di Avellino o di Canicattì, come gli “oriundi”,  in voga soprattutto in Italia dopo l’ondata degli anni ‘50 e 60’, con i vari Sivori, Altafini, Schiaffino, e tornati di moda con Jorginho, Thiago Motta, Eder (si, obiettivamente un’altra cosa, ma questo passa il convento). O come, ad esempio, sta facendo la Nazionale del Qatar naturalizzando stranieri a go-go per creare una squadra competitiva per il Mondiale casalingo del 2022. Un altro discorso è quello di un giocatore che, pur avendo la possibilità di scegliere per la Nazionale del Paese di origine, sceglie invece coscientemente, e orgogliosamente, di difendere i colori della sua nuova Patria. E non è un discorso scontato, e neanche di famiglia: il fratello di Granit Xhaka, Taulant, ha scelto di giocare per l’Albania, i due fratelli Boateng, Kevin-Prince e Jerome, entrambi nati a Berlino, giocano l’uno per il Ghana e l’altro per la Germania. O come, ad esempio, l’attuale capitano dell’Albania Lorik Cana, che, rifugiato da giovanissimo in Svizzera e naturalizzato, ha scelto di difendere i colori della Nazionale delle Aquile.

Al di là delle convenienze e della prospettiva di giocare titolari, è una questione di cuore e soggettiva: nessuno di noi può sindacare su queste scelte, che restano del tutto personali. E nessuno, d’altra parte, può pretendere che indossare la maglia di una Nazionale voglia dire far tabula rasa delle proprie origini, al di là di gesti provocatori estemporanei.

Ricordiamoci questo, ogni volta che mettiamo in dubbio l’attaccamento alla maglia da parte di un giocatore originario di un altro Paese: che 9 volte su 10, quella stessa persona ha scelto esplicitamente di giocare per la Svizzera, il Belgio o la Germania anzichè per l’Albania, il Congo o la Turchia. Diamo merito a chi sceglie di cuore di rendere grande il Paese che lo ha accolto anzichè quello in cui è nato.

E chiudiamo con un curioso parallelo storico: come oggi la Nati è trainata dall’armata balcanica dei vari Xhaka, Shaqiri, Seferovic, 68 anni fa proprio due figli del Ticino divenivano protagonisti di una delle più grandi imprese, o tragedie a seconda dal punto di vista, sportive di tutti i tempi, il famoso Maracanaço. Da Sonvico, infatti, veniva la famiglia di Alcides Ghiggia, autore del goal che decretò la sconfitta del Brasile nel Mondiale casalingo del 1950, in quella partita contro l’Uruguay la cui porta era difesa da Rogerio Gastòn Maspoli, a cui la Caslano che diede origine alla famiglia ha recentemente intitolato il campo di calcio. Oggi come allora, svizzeri vecchi e nuovi contribuiscono alle glorie sportive di un’altra Patria.

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