L’amore in un campo di patate

Come le patate, robuste e ostinate, continuano a germogliare idee di libertà e riscatto, idee che in questi tempi bui, sono nutrimento per le anime, come lo sono le patate per il corpo. Impariamo da David e Perla, impariamo l’unione, la voglia di raccontare e di non cedere. Diventiamo anche noi piccoli testimoni vivi e potenti in un’era di oscurità.

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Sessant’ anni insieme, sessant’anni a testimoniare e a raccontare dei campi. Non quelli di patate del titolo, quella è una storia nella storia, ma i campi di concentramento nazisti.

Che c’è di nuovo da dire ormai, che c’è di diverso nella tragedia, nell’orrore che conosciamo bene?

C’è quel campo di patate, dove David e Perla vengono portati ogni giorno dai gendarmi del campo a lavorare.

Pianta incredibile la patata: spartana, umile, cresce velocemente e produce frutti, tuberi gustosi e pieni, che hanno assicurato la sopravvivenza a milioni di persone nei secoli.

Qual campo è qualcosa di più per David e Perla, perché lì germoglia come un virgulto di patata un amore, tra i fili spinati e l’angoscia. Un amore fatto di sguardi, perché non si può parlare. Un amore cadenzato dalla fatica, dalla schiena a pezzi, dalle unghie sbrecciate a furia di scavare nella terra.

Ma nella fatica c’è quella speranza stupida che solo gli uomini sanno estrarre, come una patata dalla terra. Un amore che vale quanto il pane, una complicità che trascende tutto quello che c’è fuori.

Arriva il momento in cui i nazisti, in preda al panico, smantellano i campi e intraprendono le famose marce della morte, con serpentoni di prigionieri costretti a camminare in attesa di un colpo alla testa al minimo segno di abbandono. David riesce a fuggire, e per due settimane si nutre di erba, lo fa anche perché aveva promesso a Perla di sopravvivere. Quando è allo stremo gli americani lo trovano e lo portano in una casa dove ci sono già i pochi altri sopravvissuti.

Li, contro ogni speranza, ritrova Perla.

Non si sono mai più lasciati, per sessant’anni sono rimasti insieme, col ricordo dei germogli delle patate e dei tuberi esposti al sole. Non sappiamo se ne hanno mangiate ancora da allora, perché le patate, per quanto incolpevoli, erano certo simbolo di prigione e agonia.

Sappiamo però che come le patate, robuste e ostinate, continuano a germogliare idee di libertà e riscatto, idee che in questi tempi bui, sono nutrimento per le anime, come lo sono le patate per il corpo. Impariamo da David e Perla, impariamo l’unione, la voglia di raccontare e di non cedere.

Diventiamo anche noi piccoli testimoni vivi e potenti in un’era di oscurità.

 

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