Un gelato da leccarsi… il dito

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Nel linguaggio di ogni giorno, espressioni del tipo da leccarsi le dita o i baffi, stanno di solito a indicare l’apprezzamento e – in pratica – la bontà di un cibo o di una pietanza. Di sicuro meno comune e assolutamente molto meno piacevole è ritrovarsi unghie, peli o perfino un dito intero nel piatto

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Nel linguaggio di ogni giorno, espressioni del tipo da leccarsi le dita o i baffi, stanno di solito a indicare l’apprezzamento e – in pratica – la bontà di un cibo o di una pietanza. Di sicuro meno comune e assolutamente molto meno piacevole è ritrovarsi unghie, peli o perfino un dito intero nel piatto.

Eppure di tanto in tanto può succedere. Per esempio è capitato allo sventurato cliente di una gelateria di Palermo che, qualche giorno fa, convinto di far felice la propria famigliola, ha deciso di addolcire il proprio rientro a casa portando con sé una bella vaschetta di gelato artigianale. Fatto con grande cura e passione. Un gelato a regola d’arte, come quello di una volta.

Ma, evidentemente, i tempi son cambiati. Perché nel gelato, nella vaschetta incriminata, invece di trovarci i pezzettoni di frutta o le croccanti briciole di un bel biscotto al cioccolato, c’era la falange di un dito. E così, da dolce, la sorpresa s’è improvvisamente fatta amara, amarissima, tingendosi addirittura di macabro. Ma come diavolo è possibile che il pezzo di un dito finisca nel gelato senza che nessuno batta ciglio? A partire dal proprietario di quel dito?

Dopo la denuncia dell’insolito ritrovamento e le relative indagini condotte dai Carabinieri si è scoperto piuttosto rapidamente che, la falange persa, apparteneva a uno degli impiegati della gelateria palermitana, infortunatosi proprio durante la lavorazione e la preparazione del prodotto dolciario. L’incidente non è stato però denunciato perché la vittima stava lavorando in nero. E quindi, piuttosto che perdere il posto, il disgraziato ha deciso di tenere la bocca chiusa e sacrificare quel “pezzetin del suo ditin”.

Ironia a parte, sono due gli aspetti decisamente “ai confini della realtà” di tutta questa storia. La certezza che nel cibo, comprato poco importa dove, prima o poi non ci troverete soltanto ciò che vorreste trovarci, ma c’è d’aspettarsi che da esso salti fuori di tutto e di più. Lasciate galoppare la fantasia e sfiorerete la cruda realtà. La seconda certezza invece è che, per quanto riguarda la precarietà e le condizioni di lavoro, oggi più che mai c’è chi è disposto a sacrificare un dito o addirittura la propria salute o la vita piuttosto di perdere il posto di lavoro. I nuovi schiavi sono loro, i lavoratori senza alcun diritto.

Perché ad aver zittito e fatto sperare al povero cristo protagonista di questa triste vicenda che, in fondo, nulla fosse accaduto e che nessuno se ne sarebbe accorto è stata la paura. Il pensiero di venir licenziato per essere stato maldestro. Il tutto condito con la disperazione di ritrovarsi pure senza quei quattro soldi necessarie per tirare a campare. Certo non con dignità. Una valuta ormai fuoricorso da tempo e sostituita, sul mercato del lavoro, da ben altri valori.

 

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