Cancro, la bellezza collaterale

Le certezze? Sono per i deboli. L’incerto è il pane e il sale della vita. Noi siamo i guerrieri dell’incerto, lo affrontiamo, gli giriamo intorno cercando il punto debole. A volte vince lui, a volte noi. Ma non ci arrendiamo mai.

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Pochi giorni fa una donna della mia tribù ha subito una ferita brutale. È strana la mia tribù, è composta da gente buffa, allegra e a volte un po’ matta.

Mi piacciono le persone così, un clan è fatto di grandi cuori che dispensano cose belle intorno a loro, è gente bella, coi suoi pregi e i suoi difetti, ma bella. Questa ferita è arrivata, per coincidenza, poco prima della polemica riguardante il ragazzino dodicenne a cui le casse malati non pagavano un farmaco non riconosciuto.

Questa donna ha un figlio piccolo, certo, anche uno più grande, ma al piccolo è stato diagnosticato un brutto male, quei grumi di cellule impazzite che divorano, un tumore maligno, dietro l’occhio.

Conosco bene quel piccolo, buffo anche lui, divertente come la mamma, con qualche piccolo problema che lo ha reso ancora più amabile a tutti. Gli occhiali, il sorriso spavaldo, il ciuffo che non sta al suo posto, l’incedere un po’ goffo.

Me lo ha detto questo primo pomeriggio il fratello di quella donna, conosco anche lui. Una persona che sento con piacere e che anche se cerca di nasconderlo, sotto il cinismo e il sarcasmo, ha tanto amore da dare.

Io ho tre figli e non posso pensare cosa si provi, o meglio, lo so e mi terrorizza. Perché riesco, purtroppo o per fortuna, a mettermi nei panni degli altri. Non sempre è un bene. Il male della tribù è il nostro male.

Ho passato il pomeriggio a pensare a lei, all’abisso di catrame in cui era finita attendendo un responso, una diagnosi definitiva. Ogni minuto che passava era un’agonia: non so se mio figlio morirà, mi ha detto.

Ci sono ipotesi brutte, ipotesi medie e ipotesi belle, ho raccontato. Siamo in un mare di cose che non sono definitive ma fluide e in movimento, in ogni cosa c’è una bellezza, qualcosa di magico e orribile. Non è facile dare forza, far fluire energia a chi nuota in quel pozzo, che vive in un mondo parallelo di angoscia e di percezioni falsate. Nostro compito, quello della tribù è stringersi per condividere il dolore e lasciare un po’ di fiato a chi il fardello lo porta per intero.

Allora ho chiamato gli amici, coloro che sono la sua tribù, nel bene e nel male, quelli che la pensano, quelli che non l’hanno dimenticata, quelli che sanno condividere i fardelli. Alcuni hanno paura, altri sono più forti, tutti condividono.

Ci siamo stretti intorno a quel pozzo a guardare sul ciglio, cercando di allungare fili di empatia per aiutarla a risalire un poco.

Poi suo fratello mi dà una buona notizia. È sera, ho passato il pomeriggio a cincischiare, ho prodotto poco, perché il pensiero correva sempre lì. Il piccolo buffo bambino ha sì una malattia maligna ma da lunedì cominceranno le cure e la prognosi è favorevole, le speranze buone.

Sento lei che ritrova la grinta, la rabbia di mamma che protegge e che ora che ha qualcosa contro cui combattere, un obiettivo, lo prenderà per le palle.

Io penso al figlio grande, so che spesso finiscono in secondo piano queste comparse di un dramma. Lo sono loro malgrado. Eppure lui ha proprio bisogno di amore e di certezze, quasi quanto il piccolo, perché sempre piccoli rimaniamo nel nostro intimo.

Penso a suo marito che ha dovuto lavorare con la morte nel cuore e lo stringo in un abbraccio tra padri. Penso che stasera loro debbano guardarsi negli occhi e riscoprire quella incredibile magia della tribù, della famiglia, quella magia che troppo spesso dimentichiamo in qualche vano polveroso dell’abitudine. Penso che debbano vedere le stelle e i pianeti dietro alle iridi, che riscoprano, ed è questo il dono incredibile, la bellezza di esistere, l’euforia di combattere per qualcosa.

Questo in fondo, è il miracolo che si accosta all’orribile, l’altra faccia della medaglia, la rinascita dopo l’agonia.

Un mondo che evolve, fluido e in movimento, e in ogni cosa c’è una bellezza.

Le certezze? Sono per i deboli. L’incerto è il pane e il sale della vita. Noi siamo i guerrieri dell’incerto, lo affrontiamo, gli giriamo intorno cercando il punto debole. A volte vince lui, a volte noi. Ma non ci arrendiamo mai.

In tutto questo i sottili distinguo lasciano il tempo che trovano. Il ragazzino dodicenne anche lui malato che ha smosso le coscienze in questi giorni, ha raccolto la solidarietà della gente. La colletta promossa ha raccolto più di 20’000 franchi che andranno ad aiutare lui ed altre persone in difficoltà. Poi non ci importa, in realtà, il perché e il percome qualcuno non voleva pagare. Questa tribù, mette la vita al di sopra di tutto, perché è la vita di un figlio, di un padre, di una compagna. Tutto il resto sono chiacchiere. Se vogliamo cambiare dobbiamo ribadire sempre e ovunque il primato dell’uomo sopra quello del profitto.

Semplice.

 

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