Far pulizia delle donne di pulizia?

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La parola d’ordine è la solita: risparmiare. Tirare la cinghia. Appaltando all’esterno. Esternalizzando un servizio che, nella giungla del mercato, porta le imprese private a un deleterio e continuo gioco al ribasso. A chi fa l’offerta più conveniente. È questa la posta in gioco. Senza guardare in faccia a niente e a nessuno. Sbaragliare la concorrenza o soccombere. È il Capitalismo, bellezza, e tu non ci puoi fare nulla.

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La notizia è di quelle che non fanno più notizia. Il Comune di Losone ha deciso di esternalizzare il servizio di pulizie delle scuole comunali, licenziando il personale che finora aveva svolto questa mansione. Insomma, siamo alle solite. E a nulla sono servite le firme raccolte a gennaio per far capire al Municipio da quale parte soffiasse il vento. L’ora delle decisioni irrevocabili è arrivata, senza se e senza ma, anche facendo strame di quell’espressione del volere popolare d’inizio anno.

La parola d’ordine è la solita: risparmiare. Tirare la cinghia. Esternalizzare. Appaltando all’esterno un servizio che, nella giungla del mercato, porta le imprese private a un deleterio e continuo gioco al ribasso. A chi fa l’offerta più conveniente. Senza guardare in faccia a niente e a nessuno. Sbaragliare la concorrenza o soccombere. È il Capitalismo, bellezza, e tu non ci puoi fare nulla.

E invece forse un paio di considerazioni è sempre bene farle in questi casi. Perché, come dicevano i latini, repetita iuvant. Innanzitutto va registrato come il teatrino al quale si assiste in una situazione come quella che coinvolge a Losone le donne delle pulizie e le loro famiglie è sempre il medesimo. La linea dura e le traballanti giustificazioni di chi licenzia contrapposte all’indignazione e all’ennesimo superamento della linea denunciato dai sindacati. Nel caso di Losone è addirittura “vergognoso e antidemocratico l’atteggiamento del Municipio, che bellamente si disinteressa della visione della maggioranza del suo Consiglio Comunale, di più di mille cittadini e dei suoi dipendenti”.

Contrariato è poi anche il PS, che riferendosi a quei Comuni che operano questo tipo di scelte, si esprime così: “hanno il dovere dell’esemplarità nei rapporti con i dipendenti e devono garantire il servizio di pulizia dei propri stabili invece di smantellarlo, privatizzarlo e attribuirlo a delle ditte private, con la conseguente perdita del servizio, della sua qualità e il peggioramento delle condizioni del lavoro di pulizia, tanto essenziale quanto già di per sé fragile dal punto di vista salariale”.

Eppure, a tutta questa indignazione, non corrisponde quasi mai un’inversione di rotta. A un segno in direzione ostinata e contraria. Quanto piuttosto si assiste allo stillicidio di una realtà nella quale, come giustamente fa notare il PS, la qualità del servizio va a farsi benedire, perché – come vorrebbe il buonsenso – se costa meno allora vale anche meno. Un paio di scarpe cinesi non possono essere di certo paragonate a quelle che faceva mio nonno calzolaio. E non è impoverendo i più poveri che i comuni avranno più soldi da investire altrove. Eppure si continua a smantellare, chiudere, privatizzare. Alla faccia di chi in fondo vorrebbe solo un po’ più di pulizia e di giustizia per tutti.

 

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