Josefa, salvata dal mare, vittima delle fake news

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Le unghie della donna salvata dal naufragio alcuni giorni fa, smaltate dalle soccorritrici per farla calmare, diventano il pretesto l’ennesima, schifosa insinuazione su una messa in scena del naufragio

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Se fosse una vera industria, la fabbrica delle fake news contro i migranti risolleverebbe da sola il PIL di una nazione. Invece, purtroppo, tutto ciò che riesce a fare è fare affondare l’Italia (e non solo)  in un’oscena e rivoltante cloaca di odio. L’ultimo vomitevole prodotto di questa catena di produzione (perchè ormai solo gli allocchi non vedono la trama organizzata che sta dietro), è la falsa, assurda insinuazione che il salvataggio della donna sopravvissuta al naufragio in cui hanno trovato la morte una madre è un figlio sia solo una messinscena. Motivo? Il genio del giorno (o forse, diciamolo, il geniale architetto dell’odio) che fa notare che in una foto le unghie di Josefa, così si chiama la donna camerunense, sono laccate con lo smalto. Foto, ovviamente, presa al di fuori da ogni contesto: ma tanto basta a scatenare le fogne della rete, che non vedono l’ora di avere qualcuno che conferma le loro disgustose tesi e i loro ridicoli sospetti. Perchè è così che funziona la fabbrica dell’odio. Si prende una foto, un’immagine, la si decontestualizza, si costruisce sopra una narrazione falsa, e la si dà in pasto ai leoni da tastiera, a quelli che non vedono l’ora di leggere cose simili per poter dire che NO, a loro non la si fa, a loro qualcosa in effetti risultava strano.

Ora, in un Paese normale, civile, dopo 5 minuti sarebbe arrivata già una smentita e tutti zitti e contenti di non essere stati ingannati. Ma nell’Italia del salvinismo traboccante, è addirittura necessario che si muovano i giornalisti a bordo delle navi delle ONG, come Annalisa Camilli di Internazionale, a dire che no, Josefa non aveva nessun cazzo di smalto sulle unghie quando è stata strappata alla Morte Blu; è stato messo dalle volontarie dopo il salvataggio. Per far calmare Josefa. Per distrarla dall’orrore che aveva stampato negli occhi, per farla sentire ancora una persona. Ancora una donna. Una moglie che ha attraversato il mare per sfuggire a un marito che la picchiava in quanto sterile e a un Paese, il Camerun, che nel silenzio internazionale sta rotolando verso una guerra civile a seguito della tentata secessione delle province anglofone (leggi qui). Alla faccia dei decerebrati che dicono che “non scappano da nessuna guerra”.

Una donna che, in quel gesto di avere le unghie dipinte e colorate, forse, per un attimo, ha percepito un’incredibile normalità, un atto di gentilezza disinteressato, come se fosse con le amiche a smaltarsi le unghie nel salotto di casa in un mondo in cui nessuno, neanche lei, è costretta  a lasciare il suo Paese per non rischiare la vita.

E chiamatemi buonista, ditemi che sono volgare, ma non sarebbe dovuto fregare comunque un cazzo a nessuno se Josefa avesse avuto le unghie smaltate anche in mare. Perchè sono queste cose, i piccoli gesti normali, a volte, ad aiutare una persona a sentirsi viva, a resistere, a restare aggrappata alla vita come a quel pezzo di legno a cui Josefa è rimasta attaccata per 48 ore mentre accanto a lei una madre e un figlio crepavano gonfi d’acqua marina. Perchè quelli che attraversano il Mediterraneo dopo essere sopravvissuti al deserto e ai lager dei libici sono esseri umani, sono uomini, donne, bambini che fino a poco tempo prima facevano quello che fanno le persone normali, magari si smaltavano le unghie prendendo il caffè con le amiche, facevano sport, flirtavano, limonavano in un vicolo e facevano l’amore rotolandosi su una spiaggia bianca fra le palme e i granchi.

Ed è disgustoso, fa venire il vomito che il gesto di normalità compiuto nei confronti di una persona strappata alla morte per i capelli diventi il pretesto per l’ennesima schifosa, vile, lurida campagna di diffamazione nei confronti di queste persone. È ributtante che si alimenti consapevolmente in questo modo il clima di sospetto e rancore verso chi salva delle vite. “Nel fango affonda lo Stivale dei maiali”, cantava il buon Franco Battiato in “Povera Patria” quasi 20 anni fa, in tempi non sospetti. E ormai, quella melma è quasi arrivata alla gola: tiriamoci fuori, prima di annegare nel liquame che i fomentatori d’odio, da Salvini a Orban, continuano a pompare.

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