La solitudine del discobolo

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È solo l’ennesimo episodio di aggressione a sfondo razzista che ci arriva dalla vicina Italia, Daisy ne è convinta e anche noi. La situazione sta sfuggendo di mano a chi aveva promesso pugno di ferro contro i migranti e gli extracomunitari, a difesa di chi vuole difendere la propria patria, la propria casa, il proprio lavoro. Ora qualcuno, tanti, sembra che si sentano legittimati ad usare ogni mezzo e modo per rispedire a “casa loro” lo straniero, il diverso, l’altro.

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Il discobolo. Figura atletica che fin dagli antichi Greci affascina l’uomo. Una figura mitica nell’immaginario collettivo sportivo, quasi arcaica. Eppure il discobolo è un atleta solo, che convive con la sua solitudine. Ore ed ore da solo, in pedana, a lanciare. Tutti che stanno lontani, perché un tiro storto può capitare anche ai più bravi e un disco di un paio di chili lanciato a una certa velocità che ti arriva fra i denti può segnarti l’esistenza. Da solo in palestra a fare pesi, da solo a provare e riprovare la rotazione, magari ad occhi chiusi, memorizzando i movimenti, ore in pedana. La solitudine è il prezzo da pagare per essere da sempre l’emblema del mito olimpico, tu da solo con il tuo disco, e nulla più.

Daisy Osakue ne ha passate tante di ore nella solitudine in cui si cala chi decide di intraprendere la carriera da discobolo, tante da entrare nel giro della nazionale italiana, tanto da essere la primatista nazionale U23 ed essere pronta a calcare il primo vero palcoscenico nell’atletica che conta: i campionati europei. Daisy era da sola anche l’altra sera per le strade di Moncalieri, ci ha fatto l’abitudine o forse la solitudine stessa le fa compagnia. Solo che Daisy senza in mano il suo disco è una ragazza 22enne come le altre, ma nell’Italia dei Salvini e dei Di Maio, nell’Italia del cambiamento, Daisy non passa più tanto inosservata: Daisy ha origine africane, ha la pelle nera, come la maggior parte dei migranti a cui vengono chiusi i porti dello stivale, che hanno finito la pacchia, che muoiono in mare. La solitudine del discobolo ha salvato Daisy, ma solo fino all’altra sera. Una macchina la affianca, si abbassa il finestrino e un uovo arriva dritto in faccia a Daisy, colpendola ad un occhio. Anche un uovo può rovinarti l’esistenza e ad un primo momento l’occhio di Daisy sembrava messo male, tanto da dover rinunciare al suo sogno, ai quei campionati europei per cui aveva passato tante ore in pedana da sola. Quei campionati europei dove gareggerà si, perché la ferita è leggera e recuperabile, ma profonda nell’animo. Daisy gareggerà, con la canotta azzurra e il tricolore sul petto. Lei italiana, lei di colore, lei sola. È solo l’ennesimo episodio di aggressione a sfondo razzista che ci arriva dalla vicina Italia, Daisy ne è convinta e anche noi. La situazione sta sfuggendo di mano a chi aveva promesso pugno di ferro contro i migranti e gli extracomunitari, a difesa di chi vuole difendere la propria patria, la propria casa, il proprio lavoro. Ora qualcuno, tanti, sembra che si sentano legittimati ad usare ogni mezzo e modo per rispedire a “casa loro” lo straniero, il diverso, l’altro. Non passa giorno ormai in cui non arrivino notizie di spari, pestaggi, aggressioni verso persone che hanno il solo difetto di avere la pelle di un colore diverso, o un accento insicuro.

Daisy andrà agli Europei, con la canotta azzurra e il tricolore sul petto, comunque. Entrerà da sola in pedana, come ha fatto tante volte. Raccoglierà la rabbia e il male che le ha causato quell’uovo, li accumulerà nelle gambe, che faranno i soliti passi della rotazione, saliranno attraverso la schiena in torsione, arriveranno nella spalla e come una catapulta attraverseranno il braccio fino all’ultima falange del dito indice da cui esce il disco. Quel disco in volo sarà la rabbia e l’orgoglio di Daisy, ma sarà anche il nostro.

Perché stavolta Daisy non è sola.

 

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