La storia di Ines: da Pinochet allo streetfood

Siete in giro per i vari eventi estivi, curiosate tra le bancarelle di streetfood e leggete ‘Prodotti Ticileni’? Beh fermatevi per un’empanada e magari due chiacchere con Ines Alarcon, a me ha fatto scoprire le humitas e pure come si fa a non mollare mai. Anche quando ti esiliano una figlia, più svizzera che cilena.

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Siamo in Cile, ad Angol. È il 1980 e tante famiglie hanno perso terreni o parenti per colpa di Pinochet, quel dittatoruncolo piazzato lì dagli U.S.A., quel criminale anti comunista, insomma avete capito. Ogni giorno c’è il ‘toque de queda’ e se non sei in casa entro le 21, i militari ti acciuffano. Nei centri universitari, come quello di Concepción, le manifestazioni non mancano, ma poi quei giovani studenti anti dittatore e socialisti o spariscono o, se va bene, passano una notte in cella. La prigione la conosce bene il marito di Ines, un ventenne universitario che per primo raggiunse il Ticino per poi aprire la strada al suo amore e alla figlia di 3 anni. “Noi non rischiavamo la vita, ma quella non era vita. In Ticino c’era già una mia sorella, ma io della Svizzera non sapevo nulla. Non mi importava dove sarei andata, l’importante era raggiungere un posto sicuro. Non sono una rifugiata politica, ma nemmeno economica. Ce ne siamo andati per avere più opportunità. Non fanno così tutti gli uomini anche solo quando lasciano il vecchio lavoro per uno migliore?”. Mentre lei racconta, io annuisco, ma poi penso anche che, forse, in Cile erano più in pericolo di quanto lei potesse immaginare: “I miei genitori nascondevano politici di sinistra in casa nostra. L’ho scoperto solo quando ero in Svizzera”. Ines aveva solo 23 anni ed era già mamma. Insomma, aveva altre preoccupazioni.

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Mentre siamo sedute sul suo divanone verde, le distese di empanadas sui tavoli mi richiamano al motivo per cui sono andata a casa sua: parlare di cibo. Ma la sua vita è così fitta di eventi, piena di resistenza e tenacia che voglio parlarvene ancora un po’.

“Per arrivare in Ticino, mio marito atterrò Parigi, ma venne bloccato all’aeroporto Charles de Gaulle perché aveva appena 50 franchi in tasca e un biglietto di sola andata. Fu il pastore Guido Rivoir ad aiutarlo a entrare in Svizzera. Quando arrivai io con la bambina, la prima cosa che fece quando mi vide, fu mettermi dei soldi in tasca. E che banconote immacolate e grandi erano quelle elvetiche rispetto a quelle cilene, sempre stropicciate e sporche”. Le prime impressioni di Ines portano alla mente l’immagine di una terra svizzera linda e pinta, dove gli immigrati erano accolti, se non a braccia aperte, quasi. “Mio marito trovò subito lavoro in una pompa di benzina, io l’aiutavo, poi mi misi anche a fare le pulizie in alcune case. Nacque il secondogenito e pian piano ci integravamo (ma come si fa a non adorarla, con quel sorriso che sfoggia senza sforzo? Ndr.) e riuscimmo ad aprire una piccola ditta per il commercio di libri in spagnolo. Comprammo una casa a Sessa. Non potevo essere più che grata alla Svizzera e ai ticinesi”.

Poi però arrivò la separazione. “Mio figlio minore partì per il Cile con il padre, intanto la ditta era fallita e avevamo perso la casa. Andai a lavorare in fabbrica all’Alprose, ma non ci rimasi per molto. Ho sempre amato comunicare, così decisi di rimettermi sui libri di pedagogia e iniziai a insegnare spagnolo. L’ho fatto per 15 anni”. Intanto il Cile e i gusti del suo paese le scalpitavano in testa e in bocca. “Iniziai a preparare marmellate, un po’ classiche un po’ speciali, come quella di alcayota, un frutto tipico cileno”. L’avvicinamento al mondo dello ‘streetfood’ era cominciato: “Costretta a lasciare l’insegnamento, iniziai a vendere le conserve nei vari mercatini ticinesi e inventai con mio figlio il nome ‘ticileni’ che, come il mio ‘itagnolo’, comunica subito la fusione delle mie due anime.

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Dal 2016 poi, con l’inizio dei festival culinari di Sapori&Dissapori, Ines ha cominciato a vendere anche i piatti della sua tradizione: empanads, humitas, ensalada chilena, riso con il cochayuyo. “All’ultimo evento di Caslano, le humitas hanno fatto furore. È tipico cibo di strada: si fa un ripieno di granoturco macinato con basilico e soffritto di cipolla e lo si racchiude nelle foglie della pannocchia”. Punto di forza della signora sono anche le empanadas rigorosamente non fritte: “le faccio di carne, vegetariane e pure vegane. Per il ripieno uso cipolla, cumino e origano, poi, a dipendenza della variante, o carne o soia e siccome ci va anche l’uovo sodo, per i vegani ho trovato un escamotage: uso il cuore di palma”. Ines, che dal suo ultimo viaggio in patria ha trovato i cileni decisamente obesi, tiene molto alla scelta degli ingredienti e usa con parsimonia i grassi, per questo non frigge e lei stessa ha ridotto quasi a zero il consumo della carne: “Da piccola quasi mi costringevano a mangiare il sanguinaccio, in Cile si fa l’asado (la grigliata) in ogni angolo della strada, ecco quello non mi manca molto, ma se voi andate non perdeteveli e gustate quei frutti di mare che qui…”.

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Prima di lasciarvi alla ‘videoricetta’, vi racconto l’unica battaglia che Ines ha perso davvero: quella contro la burocrazia per far rimanere la figlia in Ticino. Una battaglia che, priva di eco mediatica, ha portato una donna di 38 anni, dei quali 35 passati in Svizzera, a tornare in quella che gli uomini d’ufficio le hanno affibbiato come patria. E così, a differenza del fratello, partito volontariamente per il Cile, la primogenita si è trovata esiliata per la seconda volta. Ma lo sappiamo, è una storia ricorrente, solo che quando te la racconta una mamma forte come Ines, che ne ha passate delle belle, ti incazzi davvero.

 

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