Le élite continuano a spartirsi la torta

Le classi dominanti, in America come altrove, hanno creato una “casta” che ha visto la sua posizione economica migliorare negli ultimi decenni a scapito del rimanente 90% della società. E nel nostro Paese succede la stessa cosa: l’1% della popolazione più ricca ha visto evolvere il loro patrimonio dall’8,5% del Pil negli anni ’90, al 12% di oggi, mentre il reddito pro capite è sostanzialmente stabile a partire dell’inizio del secolo.

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Mattthew Stewart ha pubblicato (Internazionale, 6 luglio; ripresa da The Atlantic) un lungo articolo sulla classe dominante americana. Spesso, quando si parla di distribuzione del reddito, si parla del 0,1% della popolazione, che negli Usa comprende 160mila famiglie che detengono il 22% della ricchezza (nel 1963 ne detenevano il 10%). Stewart si concentra invece sul 9,9% inferiore cioè quelle famiglie che hanno un patrimonio netto di almeno 1,2 milioni di dollari (la mediana è di 2,4 milioni), composta prevalentemente da bianchi, che sono meno appariscenti rispetto al 0,1% ma che nella realtà hanno un potere enorme, in grado di autoalimentare la loro posizione all’interno della società, rendendola impermeabile al rimanente 90%. Questa classe sociale, vive nelle zone migliori, frequenta le scuole migliori, accede facilmente alle università più prestigiose, ha una speranza di vita superiore alla media, si sposano tra di loro e soprattutto detengono il potere politico ed economico. In altre parole, hanno creato una “casta” che ha visto la sua posizione economica migliorare negli ultimi decenni a scapito del rimanente 90% della società.

Un esempio, tra i tanti citati da Stewart (che fa parte di questo 9,9 grazie agli intrallazzi del nonno nel settore petrolifero) sono le imposte immobiliari, che lo scorso hanno raggiunto la cifra record di oltre 500 miliardi di dollari, che vengono utilizzati dalle amministrazioni comunali, non per migliorare le condizioni dell’intera collettività, ma per migliorare le infrastrutture nei quartieri dove risiede la casta. Alla faccia della distribuzione del reddito e anche dell’americam dream che vorrebbe che tutti negli Usa abbiano la possibilità di diventare dei Bill Gates. Anche l’indice di elasticità intergenerazionale è decisamente peggiorato (è passato da 0,3 negli anni 60 al 0,5 di oggi) evidenziando come le generazioni di oggi hanno ben poche possibilità di migliorare la loro posizione economica a sociale rispetto a quella dei loro genitori.

E in Svizzera come siamo messi? Alcune indicazioni interessanti possiamo trovarle in uno studio pubblicato dall’Ufficio cantonale di statistica, nel numero di giugno di Dati, statistiche e società (pp 55-65). Questi dati non sono confrontabili con quelli Usa esposti sopra ma ci danno un’immagine interessate dell’evoluzione, sorprendente, delle élite nel nostro paese. Anche da noi esistono delle gerarchie. “L’accesso alle élite è infatti un processo altamente selettivo, che favorisce chiaramente gli uomini provenienti da famiglie benestanti con una formazione universitaria e, naturalmente, di nazionalità svizzera” (p.57).

Le élite nel nostro paese si sono formate tra le due guerre mondiali e nei tre decenni successivi al 1945, con forti intrecci tra potere politico ed economico. Spesso le stesse persone siedevano in diversi consigli di amministrazione e erano anche presentati nei poteri legislativi a livello nazionale e/o cantonale. Il collante di questa evoluzione è stato l’esercito che era considerato come una scuola di management che formava i quadri dirigenti del Paese (si veda figura 1). “Approfittando delle loro caratteristiche sociodemografiche comuni, le élite svizzere hanno creato un sofisticato sistema di coordinamento durante il periodo a cavallo tra le due guerre mondiali: da un lato, combinano una visione del mondo e un bagaglio concettuale collettivi, facilitati da una comune formazione, soprattutto in diritto; dall’latro creano e utilizzano luoghi d’incontro istituzionali per favorire la concentrazione interpersonale” (p. 59)

La situazione cambia rapidamente a partire dagli anni ’80, in parallelo con la finanziarizzazione dell’economia e con l’internazionalizzazione dei mercati. A dettare le strategie delle imprese è ora la shareholder value (creazione di valore per gli azionisti) e dunque il gruppo dirigente più che legami politici deve avere le capacità di raggiungere gli obiettivi auspicati dagli azionisti. Oggi (figura 2) “solo il 3,4% di tutti i membri dei consigli di amministrazione delle 110 maggiori aziende elvetiche siede sotto la Cupola federale a Berna” (p. 62) contro l’11% di trent’anni fa e, soprattutto, gli intrecci tra le varie aziende sono praticamente nulli. Inoltre, la direzione delle grandi aziende non è più un’esclusiva degli svizzeri; sempre più manager stranieri sono chiamati ad assumere posti di rilievo (Joe Jimenez, Joe Hogan, Oswald Grübel, Brady Dougan o Tidjane Thiam ne sono un esempio).

Tuttavia, questa evoluzione, non significa che l’accesso alle posizioni di potere economico e politico siano diventate più democratiche. In realtà, le vecchie élite continuano ad essere presenti e a spartirsi la torta grazie anche all’incremento della remunerazione del capitale azionario. Pur essendo ben lontani dalla situazione Usa, l’1% della popolazione più ricca ha visto evolvere il loro patrimonio dall’8,5% del Pil negli anni ’90, al 12% di oggi, mentre il reddito pro capite è sostanzialmente stabile a partire dell’inizio del secolo.

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