L’estate di Napoleone – Capitolo II

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La nostra agenda settimanale va in vacanza. Almeno per qualche settimana. Ma niente paura. Gaszebo si fa racconto. Per i prossimi otto venerdì vi proporremo otto episodi di un’unica grande storia, otto tessere di un mosaico che man mano si comporrà attorno a un mistero a cavallo fra il borgo catalano di Alghero, l’Isola d’Elba e la Svizzera. “L’estate di Napoleone“ il titolo e il secondo capitolo stavolta porta la firma di Mirko Merk.

Di

“Napo dove vai?”. Una nuvola nera s’infilò fulminea nella pineta, indifferente al richiamo e allo sguardo interrogativo di Alice. “Napoleone vieni subito qui!”, si affrettò ad aggiungere la ragazza. Ma nulla. Il terranova, animato da un’agilità inaspettata, era ormai lontano. A inseguire chissà cosa e chissà dove. “Napoleone! Napo cazzo…”. L’ultimo richiamo all’ordine, nel tentativo di farsi dar retta, fu interrotto da Fabio che aveva afferrato Alice per un braccio. Lei cercò subito di divincolarsi peraltro con successo.

“Tutti i cani somigliano al loro padrone…”, disse lui con un fil di voce e senza un tono preciso. Lo sguardo di Alice passò dalla mano con la quale aveva provato a bloccarla, alla bocca del suo ragazzo. Negli occhi il fuoco. Il fastidio. Eppure non aggiunse nulla. Accelerò solo il passo, finché non si trovò a meno di una decina di metri dal mare. Lo sciabordio delle onde era nervoso proprio come la superficie dell’acqua. La bellezza di quel mare turchese faceva a gara con quel cielo terso e senza una nuvola che fosse una.

Sulla riva però, la puzza dei cadaveri di alghe lì a imputridire sul bagnasciuga, si mescolava all’aroma di mirto, alle folate di buono accompagnate dal vento. A qualche chilometro da Alghero, quel tratto di spiaggia delle Bombarde era meno caraibica di quel che i depliant turistici raccontavano e che uno si sarebbe potuto aspettare. Più che al paradiso quel luogo somigliava a una specie di limbo, nel quale il meraviglioso faceva a cazzotti con lo schifo.

“È pieno di moschini. Non capisco perché ci siamo dovuti fermare per forza qui…”. Con un’espressione sofferente, un’andatura da vecchio e gli occhi fissi sui suoi piedi Fabio stava accorciando la distanza. “Qui o lì cosa cazzo cambia?”. Un latrato ovattato proveniente dalla pineta dirottò per un attimo gli sguardi di entrambi. “Cambia, cambia…”, disse lui ormai prossimo. “Basterebbe fidarsi, ragazzo. E af… fidarsi. Mica sempre. Ma, magari ogni tanto, anche. Farebbe una gran bella differenza…”. Immusonito, Fabio se ne restò per attimo in silenzio. “Certo, ha parlato quella che se non dà della puttana a sua madre e del fallito ubriacone a suo padre non sta bene… non è mai contenta!”.

Senza alcun preavviso, la postura fiera e battagliera di lei, lasciò spazio alle lacrime e allo sconforto come se qualcuno le avesse caricato una pesante armatura sul quel corpo asciutto e nervoso. “Che vacanza di merda!”. Il pallore di Fabio che finora, nel corso dei giorni trascorsi in Sardegna, s’era sempre tenuto a distanza dal sole, si fece rabbia. Diventò di botto paonazzo. “Tu non stai bene Alice.”, disse. “Io? Che coraggio. Qui il malato sei tu!”. Stava quasi per avventarsi su di lui quando improvvisamente dal nulla sbucò Napoleone che si fiondò su di Alice. In bocca stringeva un sacchetto di plastica bianca che posò scodinzolante ai suoi piedi. La ragazza si asciugò le lacrime. “Cosa mi hai portato Napo?”. Poi si chinò per raccogliere il sacchetto nel quale s’intravedeva una specie di vecchio manoscritto ingiallito dal sole e dal tempo. Alice aprì la busta. Di fianco a lei, anche Fabio ne stava ora esaminando il contenuto.

 

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