L’estate di Napoleone – Capitolo III

Gaszebo è in vacanza ancora per qualche settimana. La nostra agenda settimanale torna a settembre. Ma niente paura. Gaszebo nel frattempo si è fatto racconto. Otto episodi mozzafiato spalmati su tutto l’arco dell’estate. Un’unica grande storia, che man mano si comporrà attorno a un mistero a cavallo fra il borgo catalano di Alghero, l’Isola d’Elba e la Svizzera. Ecco a voi il terzo capitolo de “L’estate di Napoleone“. A firmarlo è Nicolao Vintgras.

Di

Zurigo è fredda d’inverno, fredda e buia. Il paltò grigio si fermò un attimo per guardarsi intorno: dietro di lui la stazione dei treni, avvolta nelle impalcature; davanti la strada illuminata dai lampioni e i tram che si susseguivano a un ritmo frenetico. “Qui i trasporti pubblici funzionano”, pensò. E con gesto nervoso estrasse dalla tasca una cartina spiegazzata. La girò, la rigirò, se la avvicinò al viso cercando di decifrare la ragnatela di strade tracciate alla bell’e meglio, inveendo tra sé e sé contro l’imprecisione di quel cartografo per turisti giapponesi. Prese nota mentalmente: “Al ritorno presentare reclamo ufficiale presso il cittadino responsabile del genio”. Non sapeva che per lui non ci sarebbe stato ritorno. Poi con passo insicuro il paltò grigio si avviò verso il ponte che attraversa la Limmat, confondendosi nella folla frettolosa del venerdì sera.

La luce della lampada da tavolo gettava una luce impietosa sui fogli bianchi che coprivano la scrivania di Angela: decine di pagine compilate metodicamente dai suoi prolissi studenti di Storia del cinema, che attendevano le sue cure. Ma la matita rossa nella sua mano restava immobile, Angela aveva la testa altrove. Nemmeno la ripresa dei corsi all’università aveva potuto distoglierla dalla tristezza e dalla preoccupazione suscitate dalla notizia arrivata qualche settimana prima nella sua casella di posta elettronica. Brancati era stato trovato morto, annegato, nei pressi della spiaggi delle Ghiaie, nelle acque cristalline di Portoferraio. Suicidio, secondo le forze dell’ordine.

Era dispiaciuta per non essere potuta andare al suo funerale e il ricordo dell’ultimo incontro con l’ex professore, sbrigativamente archiviato, era ritornato a galla in tutta la sua stranezza insieme all’ansia e alla preoccupazione. E quella mail da cui aveva appreso la notizia? Un messaggio anonimo con un link a un articolo sul sito online della Gazzetta di Livorno. Troppe, troppe coincidenze.

Sentì un rumore di vetri rotti dalla cucina e si voltò di scatto: “Cosa combini?”, urlò. “Niente, niente! Scusa non volevo disturbarti, ho solo rotto un bicchiere…”. Quell’imbranata di sua sorella aveva ancora combinato un guaio, ma non aveva voglia di andare a vedere. Da quando era arrivata a Zurigo, per fuggire da una storia terminata male, non aveva fatto che combinare casini, anche se la sua presenza – doveva ammetterlo – le dava una certa sicurezza e un po’ di calore nella sua casa da single.

E poi c’erano quei manoscritti che aveva riportato da Alghero, trovati chissà dove, arrivati lì chissà come. Scritti da chissà chi… anche se qualche ipotesi aveva cominciato a farsi lentamente strada nella mente di Angela, subito ricacciata indietro. Troppe, troppe coincidenze, al centro delle quali c’era proprio lei, Angela, modesta assistente all’Università di Zurigo.

Ma quelle parole scritte in francese con l’inchiostro di china sui fogli ingialliti da una mano febbrile riemergevano, ancora e ancora: Egitto, Stele di Rosetta, pezzo mancante.

Guardò verso la libreria: il manoscritto era lì, accanto ai nove volumi ingialliti consegnatigli da Brancati: nove opere scientifiche della biblioteca personale di Napoleone Bonaparte, annotate a matita sui bordi di ogni pagina con una scrittura minuta e precisa che era riuscita a fatica a decifrare. E ancora quelle parole: Stele di Rosetta, Egitto, pezzo mancante.

“Alice, dov’è Napoleone?”. Un pensiero la distolse dalle sue elucubrazioni e finalmente si decise ad andare in cucina per vedere cosa fosse successo. La sorella stava ancora raccogliendo i pezzi di vetro sparsi su tutto il pavimento, ma del cane nessuna traccia. “Boh, il rumore del bicchiere rotto lo avrà spaventato, sai com’è pauroso quel cane…”. Già, le sembrava impossibile che quel cagnone fuori misura potesse essere così cacasotto. Si avviò verso il soggiorno pronta a cacciarlo dal divano che aveva eletto a sua dimora personale, ma dell’animale nessuna traccia. Fece appena in tempo a notare la porta d’ingresso del suo piccolo appartamento aperta quando d’improvviso un botto fortissimo le straziò i timpani. E odore di polvere da sparo, come quello dei fuochi d’artificio del primo d’agosto ma molto, molto più intenso.

Dopo qualche secondo di sorpresa Angela uscì dall’appartamento e correndo scese le scale fino al portone. Nell’androne due corpi giacevano distesi: quello di Napoleone e accanto quello di un uomo. Notò il suo paltò grigio e liso. Nella mano stringeva una pistola dalla foggia antica da cui saliva ancora un filo di fumo. Il sangue dell’uomo e quello dell’animale si mischiavano sul pavimento freddo.

 

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