Marchionne, l’uomo che resuscitò la FIAT

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Marchionne è stato, insieme a pochi altri, l’icona di un mercato globale capace di combattere la sua personale guerra e di vincerla. Con le dovute proporzioni, un po’ come fu per Steve Jobs che, dopo essere stato estromesso dall’azienda che aveva fondato, se ne riappropriò e, seppur malato, la riportò ai vertici del mercato tecnologico

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Mentre s’infittisce il mistero riguardo alla causa della sua morte, in borsa, il titolo di FCA, società automobilistica frutto della fusione tra FIAT e Chrysler, è crollato di 15 punti percentuali. L’effetto Marchionne sul valore delle quotazioni è stato gigantesco. Un tonfo verso il basso dovuto in parte proprio allo stillicidio di notizie e voci trapelate a proposito del problema di salute che avrebbe accompagnato nell’ultimo anno il boss di FCA. Una malattia, a quanto pare, tenuta nascosta perfino alla famiglia Agnelli.

Nei 14 anni trascorsi alla FIAT, Sergio Marchionne ha, in pratica, prima resuscitato un morto, quella Fabbrica Italiana Automobili Torino tecnicamente fallita, e poi rivoltato come un calzino l’azienda facendo peraltro incazzare e non poco i sindacati che in tutti questi anni non sono mai stati dalla sua parte. Ma come si potrebbe dire in questi casi: molti nemici, molto onore.

Perché Marchionne è stato, insieme a pochi altri, l’icona di un mercato globale capace di combattere la sua personale guerra e di vincerla. Con le dovute proporzioni, un po’ come fu per Steve Jobs che, dopo essere stato estromesso dall’azienda che aveva fondato, se ne riappropriò e, seppur malato, la riportò ai vertici del mercato tecnologico. Cosa che in pochi si sarebbero peraltro aspettati. Ma Marchionne, come Jobs, se n’è andato. Di colpo. E sul futuro di FIAT oggi è di nuovo calata la notte.

“E così Fiat” (fiat che in latino significa fu) titolava “Il Manifesto” all’indomani della notizia del cambio al vertice e a pochi giorni da quella della sua morte. Segno della fine di un parabola umana e lavorativa di un uomo definito “il manager di un’era che non esiste più”, ritenuto l’artefice della desertificazione industriale portando, di fatto, la Fiat via dall’Italia.

A Ezio Mauro che lo intervistò, a proposito dei suoi primi sessanta giorni in FIAT, disse: “dopo che ero arrivato qui, nel 2004, giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori senza nessuno per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come facevo a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato?”. Negli anni, i pareri su di lui e sul suo operato, sono stati disparati e perentori. C’è chi lo ha osannato come ha fatto la sinistra renziana e chi, invece, non l’ha mai digerito a partire dalla FIOM che in lui ha sempre visto un nemico dei lavoratori e delle condizioni contrattuali degli operai. O bianco o nero. Nessuna sfumatura. Idem alla sua morte.

 

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