Monsanto e il glifosato alla sbarra

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La speranza riposta nel procedimento penale in corso negli Stati Uniti è quella che laddove la politica e le regole economiche non sono riuscite a porre un freno all’attività predatoria e prevaricatrice di questo tipo di multinazionali, ci pensi ancora una volta la giustizia a fare chiarezza e pulizia, spazzando via con un solo colpo di spugna lo schifo di un sistema che finora è stato solo in grado di minare seriamente la salute di tutti noi e l’intero ecosistema del Pianeta.

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A San Francisco si sta svolgendo un processo dall’esito tutt’altro che scontato contro Monsanto. Ad averla portata in aula un ex giardiniere ammalatosi di tumore dopo aver utilizzato per anni il Roundup, il pesticida più diffuso al mondo prodotto dalla multinazionale di biotecnologie agrarie presente in 150 paesi che conta un esercito di circa 24’000 dipendenti.

Un colosso il cui fatturato annuo s’aggira attorno ai 15 miliardi di dollari che rischia di finire gambe all’aria. Al centro della vertenza che la vede costretta a comparire in tribunale c’è il famigerato glifosato contenuto nel Roundup. Un composto di sintesi da tempo accusato da più parti di essere cancerogeno. Un prodotto creato per la prima volta nel 1950 da un chimico svizzero, ma che fu commercializzato come diserbante per l’agricoltura solo negli anni Settanta, proprio dalla Monsanto.

All’inizio utilizzato soprattutto per eliminare le erbacce dai campi prima della semina, da quando esistono le piante geneticamente modificate – resistenti proprio al glifosato – e guarda caso prodotte anche queste dalla multinazionale statunitense, il diserbante incriminato è stato abbondantemente usato anche dopo la semina. Inoltre vendendo il pesticida e le sementi di soia resistenti allo stesso, negli anni, Monsanto non solo ha preteso il pagamento per la licenza tecnologica dei suoi prodotti ma ha imposto anche l’obbligo che le sementi comprate venissero riutilizzate l’anno seguente pagando i diritti derivanti dal brevetto.

Universalmente nota per essere il leader mondiale nel settore della produzione di sementi transgeniche, da marzo 2005, dopo l’acquisizione della Seminis Inc, è diventata anche il maggior produttore mondiale di sementi convenzionali. E non certo per fini altruistici o filantropici. Quanto piuttosto seguendo la logica del Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger che, una volta, disse: “se controlli il petrolio, controlli le nazioni, ma se controlli gli alimenti, controlli i popoli”.

Insomma, una sorta di nuova schiavitù globale con le multinazionale statunitensi, Monsanto in testa, lì a dettar legge e a dominare il settore agroalimentare mondiale. Un monopolo, quello sulle sementi, dietro al quale in passato si sono celate e ancora si nascondono pressioni e manovre fra le più sinistre e pericolose per l’intera umanità. Perché dove non arrivano le guerre ci pensano le carestie.

Così la speranza riposta nel procedimento penale in corso negli Stati Uniti è quella che laddove la politica e le regole economiche non sono riuscite a porre un freno all’attività predatoria e prevaricatrice di questo tipo di multinazionali, ci pensi ancora una volta la giustizia a fare chiarezza e pulizia, spazzando via con un solo colpo di spugna lo schifo di un sistema che finora è stato solo in grado di minare seriamente la salute di tutti noi e l’intero ecosistema del Pianeta.

 

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